di Bruno Mastroianni, Formiche, febbraio 2010
Che la Chiesa abbia problemi di comunicazione sembra essere una delle poche certezze d’oggi. Eppure l’infrangersi delle scelte ecclesiali tra le onde del dibattito pubblico sta assumendo una ripetitività tale che ormai è impossibile non farsi venire il dubbio che qualcosa non vada.Il fatto è che molte delle analisi sull’operato della Chiesa, sia quelle che lo difendono sia quelle che lo criticano, hanno un difetto: dare per scontato che i media siano i portavoce di una cultura che rappresenta la realtà della società contemporanea. I detrattori giudicano la Chiesa incapace di adeguarsi, i sostenitori vedono in essa una paladina di valori che scongiureranno il tracollo dovuto a quella cultura. Entrambi danno per scontato che tale cultura abbia una consistenza propria che va oltre l’ambito mediatico. È così che si è creata l’immagine della Chiesa costantemente “in difesa di qualcosa”.
Ed è da qui che sono nati i cosiddetti scivoloni mediatici – da Ratisbona ai lefebrviani passando per il preservativo in Africa per arrivare fino alla questione di Pio XII. In ciascuno di essi non si è quasi mai discusso delle questioni in sé (qualsiasi storico, scienziato o esperto confermerebbe la distanza tra i toni esasperati del dibattito e la realtà delle cose) ma ci si è concentrati nel dare voce al contrasto tra due poli. Da un lato la Chiesa e le sue posizioni, dall’altro di volta in volta il rispetto per le altre religioni, gli assunti della comunità internazionale, i risultati della scienza; come se tutti questi elementi fossero i capisaldi di una cultura compatta e dominante di fronte alla quale la Chiesa si ostina ad opporsi.
Nel frattempo la Chiesa reale, attraverso il suo massimo rappresentante Papa Benedetto XVI, si muove secondo tutt'altra logica. A leggere i discorsi, le catechesi, le encicliche e i messaggi, non si trova la benché minima traccia di un “discorso contro”, piuttosto ci si imbatte in una straordinaria quanto intelligente proposta di significati in positivo sul senso della vita e dell’uomo.
Tanto che il Papa, per coloro che lo ascoltano in presa diretta, più che dedito a una battaglia del passato in difesa di qualcosa, sembra piuttosto concentrato nel costruire il futuro del mondo.
La realtà è che l’idea della Chiesa per forza in contrasto con la mentalità contemporanea ha una consistenza pari solo alla carta su cui sono stampati gli editoriali che la fomentano. A darle troppo credito si rischia di fare come quegli ottusi che, concentrati su un’idea fissa, non si rendono conto di ciò che gli accade attorno.
venerdì 5 febbraio 2010
Il dito e la luna
martedì 2 febbraio 2010
BXVI difende i lavoratori non per ideologia, ma per carità
di Bruno Mastroianni, Tempi, 2.2.2010
L’appello del Papa di domenica a favore dei lavoratori ha attirato l’attenzione dei media. Grandi spazi sono stati concessi per descrivere il Pontefice che prende le difese degli operai. C’è chi ha parlato di Papa «filo-operaista», sindacati e imprese lo hanno accolto con favore, quasi tutti si sono resi conto della serietà del richiamo «alla responsabilità di imprenditori, lavoratori e governanti». Ma qualcosa è rimasto fuori. Presi dall’effetto Papa-attento-alla-questione-sociale, ci si è persi il resto di ciò che Ratzinger aveva detto durante l’Angelus. Eppure in quelle parole c’era non solo il senso, ma la fonte e la radice di quell’appello. Benedetto XVI domenica aveva parlato dell’unica cosa che veramente conta, che dà senso alla vita e che può realmente cambiare il mondo: l’amore, che «è l’essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di ogni uomo». L’amore è lo «stile di Dio» a cui l’uomo è chiamato a uniformarsi. È un tema che aveva affrontato anche qualche giorno prima inaugurando l’anno giudiziario della Rota romana: di fronte a ogni questione, anche tecnica e burocratica, «lo sguardo e la misura della carità aiutano a non dimenticare che si è sempre davanti a persone». L’appello di domenica per i lavoratori non era un gesto di pietà pubblica e nemmeno soltanto un richiamo per sistemare una situazione di di-
sagio. Era un modo per ricordare che a Termini Imerese e a Portovesme c’è in ballo qualcosa di più che delle emergenze sociali da risolvere.
giovedì 28 gennaio 2010
I cristiani e la verità che (ri)unisce
di Bruno Mastroianni, Tempi, 28.1.10
Mentre si è conclusa da qualche giorno la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, vien voglia di tirare una conclusione: lo sforzo per l’unità per Benedetto XVI è una cosa seria. Non è un accessorio cortese per non confliggere troppo con le convinzioni degli altri. E nemmeno una questione di bon ton religioso tra chiese diverse. Per Ratzinger, il fatto che i seguaci di Gesù si impegnino in un cammino comune ha un’importanza cruciale per il futuro del mondo. Per questo nell’udienza del 20 gennaio ha messo in chiaro che non si tratta di realizzare «una unità “autofatta”» e «umana». Non è una questione di fare accordi, né tanto meno di organizzarsi per non pestarsi i piedi, ma «un processo di purificazione nel quale il Signore ci renda capaci di essere uniti».
Il cammino ecumenico non è un’iniezione di politically correct negli scambi tra chiese, ma un rimettere al centro la fede. Cos’altro può rendere disposti a superare logiche umane e cristallizzazioni storiche se non la fiducia nella Verità che proviene da un unico Maestro? Non è una questione solo intercristiana: è un segnale al mondo. Non a caso fin dalla sua prima omelia da Pontefice, Ratzinger ha collegato il tema al compito più ampio della Chiesa di «guadagnare uomini al Vangelo».
Di fronte al mondo impantanato tra il relativismo che rinuncia alla verità e il fanatismo che la vuole imporre ancor prima di cercarla, i cristiani impegnati per l’unità mostrano un'altra prospettiva: la verità, quando la cerchi con fiducia, ha la forza di cambiarti la vita.
giovedì 21 gennaio 2010
Ebrei e cattolici sono più vicini di come li dipingono
di Bruno Mastroianni, Tempi, 21 gennaio 2010
Qualcuno dovrà pur ammetterlo. La quantità spropositata di rumori, analisi e valutazioni che hanno anticipato e seguito la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma ha avuto l’effetto di lasciarci un po’ storditi.
Quasi esanimi, e anche un po’ stufi, ci siamo lasciati trasportare dalle onde dei giudizi – positivi e negativi – snocciolati in successione, tra uno spettro di Pio XII, un raffronto col passato e carrellate assortite di imprecisioni su preghiere del Venerdì Santo e altri presunti (e infondati) imbarazzi di Ratzinger nei confronti del popolo d’Israele.
Così, dispersi tra le solite due o tre questioni conflittuali che fanno la gioia dei titolisti, ci siamo distratti su ciò che accadeva dentro: due capi religiosi, uno ebreo e l’altro cristiano, che risalivano alla radice di ciò che, realmente, può risolvere le incomprensioni e costruire il cammino futuro. Una faccenda ben più radicale di quelle diplomatiche, storiche o conciliari che ci sono tra le due comunità religiose. Il rabbino Di Segni e papa Razinger, nei loro discorsi, hanno ribadito l’unica cosa che può rendere gli uomini fratelli e capaci di impegnarsi per il bene: riconoscersi creature. Eccola la reale portata dell’evento: nella Sinagoga della città eterna, un papa tedesco e un rabbino romano univano gli sforzi per ricordare al mondo che senza Dio non si va da nessuna parte.
L’insistenza mediatica su pruriti e ferite aperte, più che completezza dell’informazione, pare quasi una manovra evasiva per difendersi dalla questione posta in modo irresistibile dai due interlocutori.
giovedì 14 gennaio 2010
Per essere all'altezza dell'immigrazione
di Bruno Mastroianni, Tempi, 14.1.2010
L’appello del Papa di domenica scorsa non era una difesa d’ufficio dei migranti né una generica condanna della violenza. Era un affondo diretto a un problema che da tempo affligge le società avanzate: l’assuefazione da attualità. A forza di seguire l’informazione nel suo continuo evolversi su ogni evento, è sorta una certa abitudine a considerare ogni questione con lo stesso stile, convinti che allo spuntare di ciascun problema corrisponda un’appropriata ricetta. Come in una specie di partita di tennis in cui ad ogni colpo dell’avversario (il problema) bisogna opporre un colpo uguale e contrario (la soluzione). E’ un rischio che si corre continuamente: dà l’illusione di essere aggiornati e vigili, ma, alla lunga, può mortificare la capacità di inquadrare le cose nella giusta prospettiva, rendendo ottusi e inefficaci.
Ecco perché il Papa all’Angelus di domenica con poche e semplici parole ha invitato ad andare al «cuore» della questione. L’immigrazione è una cosa seria. Non è nata a Rosarno e non finirà lì. Né si può ridurre – come ogni volta accade - alla giustapposizione mediatica tra i disagi degli ospitanti (che invocano rigorosi provvedimenti) e le condizioni pietose degli ospitati (che suscitano sentimenti solidali). L’immigrazione richiede uno sforzo ben più impegnativo: «bisogna ripartire dal significato della persona!» ha detto Ratzinger.
Non è uno spunto caritatevole per smussare le asperità. È richiamare l’Occidente a riscoprire ciò che nei secoli lo ha reso all’altezza delle sfide più impegnative
giovedì 31 dicembre 2009
Wojtyla e Ratzinger: la Chiesa viva che porta in sé il futuro del mondo
di Bruno Mastroianni, Tempi, 31.12.09
All’inzio di un nuovo anno più che di un bilancio si sente il bisogno di un’apertura al futuro. Magari a partire da quel gesto che Ratzinger ha voluto compiere negli ultimi giorni del 2009: il riconoscimento dell’eroicità delle virtù di Giovanni Paolo II. Un gesto colmo di significati per l’avvenire. Wojtyla, infatti, non è stato solo il papa amato dalla gente. Egli ha rappresentato una svolta: la fine del complesso di inferiorità dei cristiani di fronte alle suggestioni illuministico-secolariste dell’epoca moderna.
Ora che è passato del tempo, ci si accorge quanto Ratzinger sia il degno erede di questa svolta. L’operato dei due pontefici infatti, più che differenziarsi nello stile, assomiglia sempre più nella continuità di spirito: la consapevolezza che il cristianesimo non è una dottrina in difesa di qualcosa ma la risposta vera agli aneliti dell’uomo in cerca di pienezza. Come ha sottolineato Benedetto XVI, nel consueto discorso natalizio alla curia, la Chiesa ha il compito di «tenere desta» la ricerca di Dio da parte degli uomini, pensando anche a coloro che sono lontani dalla fede.
Giovanni Paolo II non ebbe paura di affrontare il comunismo perché sapeva che, come progetto ateo, era destinato al fallimento. Benedetto XVI con la stessa tranquillità sta affrontando l’impasse agnostica in cui si è arenato lo spirito moderno. Quel «non abbiate paura, aprite le porte a Cristo» di Wojtyla sta risuonando pieno di vigore nella «Chiesa viva che porta in sé il futuro del mondo» prospettata da Ratzinger fin dall’inizio del suo pontificato.
mercoledì 23 dicembre 2009
L’eroismo di Pio XII e l’amicizia di Benedetto XVI verso gli ebrei
di Bruno Mastroianni, Tempi, 24.12.09
Non si può ridurre il riconoscimento dell’eroicità delle virtù di Pio XII a una mossa dal vago sapore antiebraico. A sgombrare il campo da questa suggestione mediatica c’è l’intera carriera di Ratzinger, da sempre in primo piano nel dialogo con gli ebrei. Basti pensare al sostegno con cui seppe accompagnare i gesti di Papa Wojtyla elaborando una vera e propria dottrina della riconciliazione con il popolo d’Israele. E a quella sua consapevolezza teologica che gli fece affermare: «La fede testimoniata nella Bibbia degli ebrei non è un’altra religione, ma il fondamento della fede». Basti valutare i suoi sforzi da Pontefice nel cammino della reciproca comprensione.
La realtà è che il gesto in favore di Pio XII rientra in quella preoccupazione per la verità che guida l’agire di Ratzinger. La stessa attenzione alla vicenda lo dimostra: il riconoscimento dell’eroicità delle virtù gli era già stato proposto tempo fa, ciononostante il Papa volle un supplemento di indagine per escludere qualsiasi dubbio.
Quello di sabato è un gesto spiazzante solo per gli sbuffi di politicamente conveniente sollevati dal polverone mediatico. Non c’è da temere: le virtù eroiche di Pio XII (accertate coi dovuti studi e con rispetto per la verità) non comprometteranno il dialogo né manipoleranno il dibattito storico. Casomai aiuteranno a mettere da parte uno spauracchio del Novecento che da troppo tempo crea divisioni. Ogni sforzo di ricerca del vero Eugenio Pacelli non può che contribuire.
La fiducia nella verità storica
di Bruno Mastroianni, documentazione.info, 23.12.09
La dichiarazione dell'eroicità delle virtù di Pio XII non comprometterà né il rapporto con gli ebrei né il dibattito storico. L'intera carriera di Ratzinger toglie qualsiasi dubbio sulla sua totale convinzione dell'importanza del dialogo con il popolo d'Israele. A questo proposito è illuminante rileggere un articolo che scrisse ancora cardinale nel 2000 in cui sostenne che l'amicizia tra ebrei e cristiani non è un accessorio ma ha un fondamento teologico. Inoltre i rapporti della Chiesa cattolica con l'ebraismo sono solidi e dottrinalmente molto chiari (vedere il dossier Chiesa e ebraismo)
Inoltre bisogna considerare che si è giunti a questo passo dopo un lungo percorso di studi, di ricerche e riflessione e che lo stesso Papa Ratzinger ha chiesto un ulteriore approfondimento nell'ultimo anno. Come ha spiegato Padre Lombardi nella nota rilasciata nei giorni scorsi, la dichiarazione dell'eroicità delle virtù di Pio XII è accompagnata da un'idagine storica approfondita e vuole mostrare che Eugenio Pacelli visse la sua vita da cristiano autentico. E' un gesto che non comprometterà affatto il dibattito degli storici sulle scelte concrete compiute da Pio XII nella situazione in cui si trovava.
Tra l'altro, a mano a mano che pas
sano gli anni e che si aggiungono nuovi studi e documenti (vedere il dossier Pio XII) la leggenda nera va sempre più stemperandosi, restituendo un'immagine assai più realistica di un Pontefice intento ad affrontare uno dei periodi più difficili della storia contemporanea.
Il problema allora non è tanto la dichiarazione dell'eroicità delle virtù di Papa Pacelli, quanto certi toni mediatici abituati a ridurre tutto a uno scontro tra fazioni. La fiducia nella verità mostrata dalla Chiesa nell'affrontare la questione, non può che essere di stimolo per una ricerca storica serena e libera da pregiudizi.
giovedì 17 dicembre 2009
Un antidoto al moralismo contemporaneo
di Bruno Mastroianni, Tempi, 17 dicembre 2009
Un tempo l’idea di peccato avrebbe fatto sorridere alcuni come di fronte a un retaggio del passato. Ma oggi è diverso. Nell’epoca del permissivismo privato che in pubblico si trasforma in caccia alle streghe assetata di processi - istituzionali, popolari o mediatici che siano – ci si accorge che la questione del male è una cosa seria.
Se ne sono accorti anche i giornali, cogliendo le parole di Benedetto XVI nel discorso dell’Immacolata dell’8 dicembre, al centro del quale il Papa ha posto la frase di San Paolo: «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia». Secondo il concetto cristiano di peccato, il male non è solo la trasgressione di una regola, ma va inteso all’interno del rapporto con Dio: è una mancanza d’amore da parte dell’uomo.
Il moralismo contemporaneo – muovendosi in un’ottica solo orizzontale – ha ridotto il male alla trasgressione di principi, facendo del rispetto delle regole l’ultimo discrimine tra il bene e il male. Per i cristiani invece dall’altra parte non c’è un tribunale (più o meno pubblico) a giudicare, ma un Dio che ama ed è pronto a dare redenzione.
È ciò che dà forza a Ratzinger per guardare sempre in faccia i problemi senza timore, come è successo anche nei giorni scorsi di fronte al Rapporto sui casi di abusi sui minori in Irlanda.
Chiamare il male peccato è la strada che Benedetto XVI indica per uscire dalle insoddisfazioni del moralismo che si dimena tra puniti e condanne: intenderlo come mancanza d’amore, significa essere consapevoli di ciò che lo potrà sanare veramente.
giovedì 10 dicembre 2009
Il Papa non segue la modernità, la guida. Vedi alla voce anglicani
di Bruno Mastroianni, Tempi, 10.12.09
Vale la pena tornare a parlare della Anglicanorum coetibus. Ora che la frenesia è passata si può con calma ragionare sulla reale portata di questa costituzione apostolica che permetterà agli anglicani di tornare in comunione con Roma.
Infatti le distrazioni sulle dispense al celibato sacerdotale – che tra l’altro non sono una novità nella Chiesa cattolica – e i presagi preoccupati di chi ha prospettato un rientro di orde di tradizionalisti omofobi e misogini (contrari a donne-prete e matrimoni gay), hanno offuscato uno degli aspetti più interessanti di questo documento.
Gli ordinariati personali – che permetteranno agli anglicani di tornare fedeli a Roma mantenendo le proprie tradizioni – rientrano in quelle forme giuridiche non territoriali previste dal Concilio Vaticano II che mostrano la capacità della Chiesa di adattare la sua organizzazione alle esigenze dei tempi. È uno spirito di cui è impregnato il pontificato di Benedetto XVI.
Il Papa è consapevole che quando si è uniti sull’essenziale – il deposito di fede donato da Cristo all’uomo – è possibile diversificarsi sul resto, senza temere rotture.
Altro che “crociata antimoderna”, come qualcuno si affanna ancora a ripetere, Joseph Ratzinger la modernità l’ha oltrepassata da un pezzo. Mostrando che la fiducia nella verità è la risposta agli aneliti dell’uomo contemporaneo: permette di ritrovarsi su un terreno comune mantenendo intatte le caratteristiche e la libertà di ciascuno.
Quante altre istituzioni, dopo duemila anni, sarebbero ancora così capaci di adattarsi alle sfide dei tempi?
venerdì 4 dicembre 2009
Avanti sì, ma nella giusta direzione
di Bruno Mastroianni, Formiche, dicembre 2009
Il fatto che la Chiesa italiana a dicembre proponga un convegno su Dio non va confuso con un evento intellettuale. E non va nemmeno preso come un gesto estemporaneo destinato a rispolverare nel nostro Paese un po’ di senso religioso. Ragionare su “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto” (questo il titolo del convegno che si svolgerà a Roma dal 10 al 12 dicembre) è porsi la domanda fondamentale per l’uomo contemporaneo.
Oggi siamo abituati a ritenere che a ogni problema corrisponda una soluzione tecnica, da affidare a specialisti. I ritmi di vita, le giostre mediatiche, perfino la prassi politica ci abituano a valutare ogni questione dal punto di vista del suo funzionamento, del suo posizionamento sulla scacchiera. Al massimo ci fermiamo a valutare le relazioni tra gli elementi in gioco. Le cose serie sembrano dipendere dalla competenza: le ricette concrete e la giustapposizione di misure sembrano l’orizzonte unico entro il quale le azioni e le decisioni umane trovano la loro efficacia. Tutto il resto finisce per esser inteso come irrilevante, o comunque da relegare nella dimensione del tempo libero e delle scelte private.
La Chiesa italiana, pienamente in linea con Benedetto XVI, sta sostenendo l’esatto contrario. E’ quel “resto” – la sfera delle domande sul senso ultimo delle cose – ciò che conta maggiormente. Perché è proprio a partire dalle domande di fondo che tutto acquista direzione e motivazione: le tecniche e le operazioni sono solo una conseguenza. Porsi oggi la questione delle questioni – quella su Dio – non è un esercizio di pia spiritualità, ma la priorità più urgente.
L’avvento della modernità in fin dei conti è stato come un passaggio dalla carrozza all’automobile. È come se una certa mentalità contemporanea si fosse concentrata troppo nel considerare l’aumento dei comfort, la maggiore autonomia di spostamento, la riduzione degli ingombri e tutti i vantaggi. A discapito della domanda fondamentale (la stessa che poneva la carrozza): con questo mezzo di trasporto dove recarsi?
La crisi economica ha dato il colpo di grazia: l’ottimismo tecnicista, secondo cui lo sviluppo sarebbe costantemente cresciuto, è stato brutalmente smentito. L’epoca delle ricette è finita. La diga della gioiosa opulenza si è rotta, facendo fuoriuscire un fiume di domande su cosa è l’uomo e che cosa ci fa in questo mondo. Chi sarà in grado di dare una risposta credibile a quelle domande avrà risposto alla sfida più alta del mondo contemporaneo.
Riportando in primo piano la questione di Dio la Chiesa non vuole far scendere l’uomo dall’auto. Gli sta porgendo una mappa.
giovedì 3 dicembre 2009
Sullo scoglio dell'immigrazione s'infrange la debolezza moderna
di Bruno Mastorianni, Tempi, 3.12.09
L’immigrazione cela una questione molto più profonda della semplice convivenza pacifica tra i popoli.
Di fronte al problema di solito si confrontano due opposti: i sentimentalisti, per i quali l’immigrato è un bisognoso da accogliere senza riserve; e i rigoristi, per i quali è sempre una minaccia da cui difendersi. I primi aprono frontiere e chiudono gli occhi di fronte ai disagi che sorgono all’interno. I secondi sbarrano le porte lavandosene le mani. Entrambi, di fatto, eludono il problema. Anche se nelle sfumature di posizioni intermedie, la discussione si muove tra i due poli.
Eppure una terza via esiste. Quella indicata da Benedetto XVI nella Caritas in veritate e ribadita nel recente discorso per la Giornata del Migrante. Quella che, intenta a salvaguardare i diritti sia di chi arriva sia di chi ospita, sa aprirsi all’accoglienza senza dimenticare che la partita si gioca a livello internazionale nella lotta alla povertà e all’ingiustizia che richiede l’impegno di tutti. È una prospettiva ambiziosa perché sa andare al punto: migranti o ospitanti, disagiati o benestanti, siamo tutti persone.
L’immigrazione è come uno scoglio su cui si infrange la debolezza della cultura dominante: quando manca una visione unitaria e unificante del destino dell’uomo, l’alternativa che rimane è lo scontro di civiltà che divide o l’incontro emotivo che non unisce.
Il Papa invece invita ad andare oltre. Come ha detto all’Angelus domenica scorsa: ricchi o poveri, in via di sviluppo o economicamente avanzati, «ci troviamo su un’unica barca e dobbiamo salvarci tutti insieme».
giovedì 26 novembre 2009
La nebbia delle polemiche
di Bruno Mastroianni, Tempi, 26.11.09
Prima era il panzerkardinal pronto a bacchettare. Poi, appena eletto Papa, è iniziato il leit motiv del minor carisma rispetto al predecessore. Dopo di che è arrivata l’epoca degli analisti (di solito canuti e malinconici) che lo dipingono come il rappresentate della Chiesa del passato, incapace di cogliere lo spirito dei tempi.
Hanno provato a farlo sembrare un antisemita, lo hanno messo in conflitto con l’islam a Ratisbona, lo hanno insidiato con la storia dei lefebvriani, lo hanno messo in mezzo col preservativo, tentando di ridicolizzarlo accusandolo di distanza dalla realtà. Eppure Ratzinger ha continuato tranquillo: dialoga con i monoteismi, ha scritto di suo pungo ai vescovi per chiarirsi, ha dimostrato con la Caritas in veritate quanto è lucida la sua visione.
Altri, sottoposti alla stessa pressione, avrebbero dato qualche segno di cedimento. Benedetto XVI, invece, procede calmo, con la determinazione di chi ha una direzione. Mostrando che la polemica è come la nebbia: per quanto fitta e insidiosa è un fenomeno superficiale destinato a diradarsi. Ciò che conta è dietro la coltre: Ratzinger è uno dei pochi al mondo capace di offrire ancora all’uomo una visione solida e unitaria del senso della vita.
Anche se nei fumi mediatici gli strilloni sembrano l’unica voce in capitolo, ciò non spegne la sana ambizione umana per i significati pregnanti. Il Papa sta dando una lezione di comunicazione: ci si può turare le orecchie, voltarsi dall’altro lato o distrarre con schiamazzi, ma è impossibile ignorare un messaggio quando è consistente.
venerdì 20 novembre 2009
Gli ordinariati, le prelature e le circoscrizioni personali: qualche chiarimento
(intervista al Prof. Eduardo Baura a cura di Bruno Mastroianni)
La pubblicazione della Anglicanorum coetibus, la costituzione apostolica che permetterà ad alcune comunità anglicane di rientrare in comunione con Roma, ha generato interesse a proposito degli ordinariati personali e delle altre forme giuridiche non territoriali, come le prelature personali, con cui la Chiesa può organizzare se stessa.
Per fare un po’ di chiarezza ho posto alcune domande al Prof. Eduardo Baura, Ordinario di diritto canonico presso la pontificia Università della Santa Croce, che ha pubblicato diversi studi riguardanti le giurisdizioni ecclesiastiche personali (tra cui Legislazione sugli ordinariati castrensi per Giuffrè 1992; e Studi sulla prelatura dell’Opus Dei. A venticinque anni della Costituzione Apostolica “Ut sit”, di cui è stato curatore). Consultore dal 1997 della Congregazione per i Vescovi, ha tenuto diverse relazioni nei convegni di vescovi militari sulla natura degli ordinariati militari e nei convegni organizzati dal Pontificio Consiglio per la pastorale con i migranti, sugli aspetti giuridici della pastorale con i migranti e con la gente del mare.
Cosa sono i nuovi ordinariati personali per gli anglicani?
Gli ordinariati previsti dalla nuova Costituzione Apostolica sono delle circoscrizioni ecclesiastiche personali, cioè enti guidati da un Ordinario, delimitati, anziché territorialmente, da un criterio personale, in quanto comprendono soltanto i fedeli, che provenienti dall’anglicanesimo o aventi un qualche rapporto familiare con alcuni di essi, decidono liberamente di registrarsi nell’Ordinariato. Non sono le uniche circoscrizioni personali. Attualmente esistono le prelature personali previste dal Codice di diritto canonico, gli ordinariati militari, gli ordinariati rituali, oltre ad altre circoscrizioni delimitate da un criterio misto (territoriale e personale).
Quali sono i tratti specifici degli ordinariati personali? Che differenza c’è con gli ordinariati militari e le prelature personali?
Anzitutto, l’Ordinario non governa la sua circoscrizione con potestà propria, ma con potestà vicaria (esercitata in nome del Papa). A rigore, io direi che sarebbe stato più preciso averli chiamati “vicariati personali”. Un’altra caratteristica importante è costituita dal fatto che la giurisdizione dell’Ordinario sui fedeli non è cumulativa con quella dei Vescovi diocesani, vale a dire, sembra che i fedeli di questi ordinariati non siano (almeno a tutti gli effetti) fedeli delle diocesi ove hanno il loro domicilio. Queste due caratteristiche segnano, a mio avviso, un divario notevole con gli ordinariati militari e con le prelature personali, in cui i fedeli continuano ad appartenere alle diocesi di residenza, fermo restando che tutti questi enti hanno in comune l’essere circoscrizioni personali. Comunque, la Costituzione Apostolica assimila giuridicamente questi ordinariati alle diocesi, poiché la diocesi è il modello di tutte le circoscrizioni e, quindi, le circoscrizioni ecclesiastiche, siano territoriali che personali, si assimilano ad essa, alcune di più, altre di meno, salve sempre le differenze derivanti dalla natura delle cose o delle disposizioni particolari.
Assieme al testo della Costituzione Apostolica è stato diffuso un commento di Padre Ghirlanda che sostiene che gli ordinariati personali non sono assimilabili alle prelature personali perché di esse fanno parte solo i chierici.
E’ prassi abituale della Santa Sede quella di chiedere un commento esplicativo a un Consultore che ha lavorato nella stesura del documento. Naturalmente, questi commenti non hanno alcun valor normativo. La loro finalità è quella di agevolare la comprensione di alcuni aspetti nuovi del documento emanato. In questo caso, assieme alla spiegazione della nuova legge, v’è un’affermazione marginale al tema della Costituzione Apostolica, che merita però di essere chiarita. Nel confrontare questi nuovi ordinariati con le prelature personali, Ghirlanda sostiene che le prelature personali sarebbero composte esclusivamente da chierici, mentre i laici potrebbero solo cooperare con l’attività clericale. Si tratta di un’interpretazione personale che lo stesso autore avanzò poco dopo la promulgazione del Codice, più di venti anni fa, ma occorre avvertire che durante questo tempo l’approfondimento di questi temi ha portato molti canonisti, provenienti da diverse aree ecclesiali e accademiche, a rifiutare assolutamente questa tesi.
Qundi delle prelature personali fanno parte tanto i laici quanto i chierici, non è un aspetto secondario...
I fedeli di una prelatura personale non sono meri soggetti passivi di un’azione pastorale, in quanto fedeli a loro spetta un ruolo attivo nella Chiesa. A sostegno poi dell’affermazione che nelle prelature personali ci sono i fedeli laici si possono dare molte ragioni, ma basterebbe considerare che qualsiasi spiegazione non può non concludere che le prelature personali sono prelature e sono personali. Nell’ambito giuridico una “prelatura” significa l’ambito di giurisdizione di un Prelato, il quale non è soltanto l’ambito di potestà ecclesiastica, ma anche quello del dovere di compiere la missione pastorale che la Chiesa gli ha affidato. Si dice “personale” per contrapposizione a territoriale, vale a dire che l’ambito di giurisdizione e di missione si circoscrive secondo un criterio personale, come nel caso degli ordinariati militari, di altri ordinariati personali e della prelatura personale dell’Opus Dei. Non avrebbe senso parlare di prelatura “personale” se non ci fosse un popolo cristiano circoscritto secondo un criterio personale a cui si rivolge l’azione pastorale dei sacerdoti della prelatura; altrimenti avanzerebbe l’aggettivo “personale”.
Il diritto canonico cosa dice su questo punto?
Come è noto, l’unica prelatura personale finora eretta è la prelatura dell’opus Dei. Come stabilito dalla Costituzione Apostolica di erezione e dagli Statuti dati dalla Santa Sede la prelatura è composta da un popolo, formato da fedeli dei cinque Continenti – che continuano ad appartenere appieno alle loro rispettive diocesi –, sotto la guida del Prelato, aiutato dal suo presbiterio. Non sarebbe consono alla coerenza che è da presumere nel Legislatore (in questo caso, il Romano Pontefice) pensare che proprio la prima prelatura personale eretta è un’eccezione, specie trattandosi di un’eccezione relativa alla stessa costituzione essenziale dell’ente.
A parte gli ordinariati personali, sembra che la novità di questa Costituzione Apostolica sia quella di ammettere sacerdoti sposati.
Oltre a ciò che riguarda le caratteristiche di questi enti, la Costituzione Apostolica presenta molti punti che dovranno essere studiati sotto il profilo canonico, come, per esempio, tutti gli aspetti relazionati con l’incorporazione volontaria all’ordinariato: chi può incorporarsi, cosa bisogna comunicare alla diocesi, ed altre questioni di questo tipo. E’ comprensibile che la possibilità di ordinare sacerdoti coloro che erano pastori anglicani sposati abbia costituito il centro dell’attenzione da parte dei mezzi di comunicazione, ma penso che andrebbe relativizzata questa novità. La normativa del celibato sacerdotale nelle Chiesa latina non cambia. Ciò che è previsto nella nuova Costituzione Apostolica è solo una misura rivolta a facilitare la piena comunione di questi fedeli, che ha un carattere eccezionale e forse anche piuttosto transitorio.
Tutte queste sembrano questioni tecnico-canoniche difficili e distanti dalla realtà. Sono distinzioni così importanti?
Le forme giuridiche con cui si organizza la Chiesa servono proprio per rispettare pienamente la sua missione pastorale ed evangelizzatrice: sono la garanzia che la missione venga compiuta senza esitazioni. Le circoscrizioni ecclesiastiche personali dimostrano la grande capacità della Chiesa di adattare le sue strutture alle necessità dei tempi e alle situazioni concrete dei fedeli. Ad esempio con gli ordinariati militari la Chiesa svolge un’attività pastorale specifica in favore dell’esercito che porta i fedeli a spostarsi da una parte all’altra e ad avere una condizione di vita bisognosa di una peculiare attenzione pastorale. Così come con le prelature personali – per ora solo quella Opus Dei che ha il compito di ricordare la santità nell’ordinario a tutti i fedeli– si può venire incontro alle speciali necessità spirituali di gruppi umani sparsi in varie diocesi. Infine la Santa Sede ha eretto questi ordinariati personali pensati appositamente per le comunità anglicane fin’ora staccate da Roma che, seppure tornando in comunione, vogliono mantenere alcune loro caratteristiche specifiche. D’altronde, l’adattabilità dell’organizzazione ecclesiastica alle reali necessità pastorali dei fedeli costituisce uno dei capisaldi della dottrina dell’ultimo Concilio ecumenico.
giovedì 19 novembre 2009
Realista è chi combatte la fame invocando la nostra conversione
di Bruno Mastroianni, Tempi, 19.11.09
La settimana scorsa Benedetto XVI, incontrando i membri del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, lo aveva detto: «la Chiesa non può prescindere dalle condizioni di vita concrete degli uomini». Va vista in questa linea la sua partecipazione al vertice della Fao. La stessa Caritas in veritate e il recente Sinodo sull’Africa (anche se velato dal silenzio mediatico) hanno dimostrato quanto la Chiesa sia capace di lucidità e concretezza quando si tratta di capire ciò che affligge l’umanità.
Non è una questione di analisti preparati o di supertecnici. Quella lucidità ha una fonte precisa: «la fede» come «forza spirituale che purifica la ragione nella ricerca di un ordine giusto». Per questo alla Fao il Papa ha invitato ad andare più a fondo: la solidarietà anche se si affida alla tecnica, alle leggi ed alle istituzioni, «non deve escludere la dimensione religiosa» in grado di «riconoscere il valore trascendente di ogni uomo e di ogni donna». È da quel riconoscimento, infatti, che dipende la «conversione del cuore» unica spinta capace di cambiare il mondo.
La cultura del “far funzionare le cose” ci ha abituato a ridurre qualsiasi problema a una questione tecnica. Relegando la fede nell’ambito delle cose irrilevanti. Ma più si va avanti e più - pieni di strumenti - ci ritroviamo costantemente di fronte agli stessi problemi irrisolti.
Benedetto XVI sta invitando ad aprirsi alle questioni di fondo perché ad offuscare il realismo è proprio l’illusione tecnicista. Chi sa alzare lo sguardo verso il cielo, invece, sa bene come tenere i piedi in terra.
giovedì 12 novembre 2009
Un laicismo che sa di vecchio e un Papa contemporaneo
di Bruno Mastroianni, Tempi, 12.11.09
Il confronto tra l’operato di Benedetto XVI e la sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso, mettono in crisi la vulgata corrente secondo cui la secolarizzazione sarebbe la giusta espressione di quella laicità e libertà di pensiero che ha liberato l’Occidente dalla confessionalità e dalla chiusura mentale della Chiesa.
La sentenza, infatti, rivela il grave scollamento che c’è tra la cultura dominante e la vita reale delle persone – non a caso la protesta si è sollevata da tutte le parti come un’onda di inarrestabile buonsenso. Ma soprattutto mostra che quella cultura, ormai ridotta a prendersela con simboli religiosi in nome di questioni di principio, non è più capace di rispondere alle sfide del mondo contemporaneo. Un mondo in cui le battaglie anticlericali e libertarie sembrano aver esaurito la loro spinta, perché seppure hanno diffuso, come ha detto Benedetto XVI domenica scorsa, una «mentalità che porta a dubitare del valore della persona e della bontà della vita», hanno lasciato una situazione in cui «si avverte con forza una diffusa sete di certezze e valori».
La sentenza sul crocifisso, prima ancora che illogica, è vecchia: mentre qualcuno si dedica ancora a togliere i segni della religione dallo spazio pubblico, il mondo si sta facendo domande ben più impegnative.
Ratzinger, con i suoi continui inviti ad allargare la prospettiva della ragione e ad aprirsi alla dimensione spirituale con fiducia nella verità, se ne rende conto. Mostra quanto il cristianesimo sia capace di raccogliere le aspirazioni dell’uomo contemporaneo.
martedì 10 novembre 2009
La fede che sa aggregare
di Bruno Mastroianni, Formiche, novembre '09
D’accordo l’Africa è lontana e la Chiesa non è l’ONU. Ma qualche attenzione in più il Sinodo dei vescovi svoltosi il mese scorso, la meritava. Non solo per l’interesse oggettivo delle analisi che i pastori cattolici hanno saputo dare dei problemi e delle sfide che affliggono i diversi paesi del continente. Ma soprattutto perché il Sinodo ha saputo riportare in primo piano quella capacità, propria del cristianesimo, di saper comporre i diverbi e superare le differenze in vista del bene comune.
I padri sinodali con grande realismo hanno riconosciuto che i problemi dell’Africa non si riducono a questa o quella emergenza, alle risorse idriche che mancano o all’ospedale da costruire, ma hanno una radice più profonda: il conflitto. Quel conflitto che nasce dalle differenze etniche e dalle lotte tra le tribù, alimentato ad hoc da interessi politici ed economici (spesso di provenienza estera), che sfocia in guerre, soprusi sulle donne e sui bambini, creando povertà, malattie, disinteresse, riducendo il continente allo stato pietoso che conosciamo. Un continente di per sé ricco di risorse naturali e umane con il più alto tasso di natalità del mondo e il 70% della popolazione formato da giovani, eppure in difficoltà a causa di logiche egoistiche e di parte.
«La Chiesa vuole il bene dell’Africa», non c’è africano che non ne sia convinto. Non solo perché con i suoi interventi si occupa del 30% dei servizi sanitari, né perché dà formazione scolare e professionale a milioni di donne, uomini e bambini; ma perché con i suoi insegnamenti sta indicando una strada d’uscita. La fede cristiana, portatrice di una visione unificante della natura umana e della dignità della persona, si sta rivelando il «fattore aggregante» capace di superare le divisioni tribali, le differenze etniche, gli interessi di parte. Un bene per tutti, lo riconoscono anche i non cattolici e i musulmani.
Si diceva che l’Africa è lontana. A guardar le pagine dei nostri giornali non sembriamo così distanti. Destra contro sinistra, giudici contro politici e viceversa, lavoratori contro ministri, giornalisti contro altri giornalisti: sono le nostre tribù ed etnie “da Occidente avanzato” che generano guerre - per fortuna piuttosto mediatiche e meno sanguinose rispetto a quelle africane - ma altrettanto devastanti: alla fine ad andarci di mezzo sono le attenzioni e le energie che andrebbero spese per occuparsi del bene comune. Mai come ora abbiamo bisogno di quel «fattore aggregante»...
giovedì 5 novembre 2009
Non si può capire in tempo reale un Papa che guarda così lontano
di Bruno Mastroianni, Tempi, 5.11.09
Certo, ci si potrebbe fermare alla pittoresca questione dei preti sposati che diventano cattolici, oppure sospettare che in fondo il Papa sta facendo rientrare nella Chiesa i più tradizionalisti e destrorsi. Ma a star dietro alle numerose voci ed interpretazioni che si stanno moltiplicando in questi giorni, si paga un prezzo: a forza di valutare l’operato di Benedetto XVI sulla base di ciò che appare più vistoso, si finisce per perderne la visione d’insieme.
Il Papa non sta cercando di portare a casa qualche anglicano né sta solo tentando di disinnescare i dissensi lefebvriani. Sta agendo secondo una prospettiva più ampia. Fin dall’inizio del suo Pontificato aveva indicato una priorità: «lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo». E’ un cammino su cui la Chiesa cattolica si sta muovendo da tempo: ad esempio con le Chiese Ortodosse attraverso i lavori della Commissione mista per il dialogo teologico nata con lo scopo di favorire la riunificazione; oppure con i protestanti con cui prosegue quel cammino di riconoscimento delle verità fondamentali comuni (sabato erano i 10 anni dalla Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione firmata con la Federazione Luterana Mondiale). I gesti più recenti acquistano il loro senso solo se visti sullo sfondo di questo quadro più ampio.
L’ansia di giudicare in tempo reale ciascuna pennellata, rischia di far perdere di vista il capolavoro d’unità che Benedetto XVI sta contribuendo a dipingere.
domenica 1 novembre 2009
La ragione relazionale - intervista al Prof. Donati
Presso la Pontificia Università della Santa Croce si è svolta recentemente la presentazione del libro di Pierpaolo Donati “Oltre il multiculturalismo – La ragione relazionale per un mondo comune” (Roma-Bari, Laterza, 2008).
L’autore, tra i massimi sociologi italiani, è docente presso l’Università di Bologna e fondatore della “Sociologia della relazione”. Ecco una breve intervista in cui spiega il concetto di ragione relazionale e in cui parla del ruolo della famiglia.
giovedì 29 ottobre 2009
Il dialogo non è un tè tra signore cortesi
di Bruno Mastroianni, Tempi, 29.10.09
L’apertura agli anglicani per il ritorno alla comunione con la Chiesa cattolica e i colloqui con i lefebvriani iniziati in questi giorni, non sono solo fenomeni di dialogo intercristiano. Sono eventi che ci parlano di una straordinaria, quanto spesso misconosciuta, attitudine di Benedetto XVI.
Proprio il Papa che doveva essere – secondo alcune dotte previsioni – il più carente nel dialogo, sta assestando un colpo dopo l’altro. Alcuni avevano interpretato la precisione dottrinale e la fede incrollabile di Ratzinger come una mancanza di carisma. Invece, proprio quelle caratteristiche che facevano presagire il disastro, si stanno dimostrando un punto di forza.
Lo si vede anche con gli ortodossi, con gli ebrei, con i musulmani, e perfino nel confronto con il laicismo che imperversa in occidente: con questi interlocutori Benedetto XVI non si accontenta di stette di mano compiacenti, vuole fare in modo che il dialogo porti da qualche parte. Il fatto che ci siano reazioni, a volte anche dure, è la conferma: il Papa esprimere idee che hanno l’ambizione di essere valide per tutti.
La cultura dominante ci ha abituato all’idea che il dialogo sia come un tè tra signore cortesi, in cui ci si siede pieni di sorrisi e ci si alza privi di idee forti. Per Benedetto è il contrario: il dialogo serve a parlare di cose vere.
In un mondo in cui al massimo si può ambire a una vaga indifferenza pacifica, c’è ancora qualcuno che – puntando sulla fiducia nella verità – dimostra di prendere sul serio i suoi interlocutori.
giovedì 22 ottobre 2009
I libri del Papa “tirano” perché parlano al cuore e alla ragione
di Bruno MAstroianni, Tempi, 22.10.09
Nell’udienza della settimana scorsa il Papa aveva fatto cenno agli «episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti» che affliggono questo nostro tempo, mettendoli a confronto con l’opera di Pietro il Venerabile, noto per la sua «mitezza, il sereno equilibrio» e per la sua «speciale attitudine a mediare». Anche nel suo messaggio alla Fao, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, il Papa ha fatto appello alla «profonda solidarietà e alla lungimirante fraternità» necessarie per usare con responsabilità i beni della creazione. Persino durante il concerto offerto sabato sera dall’Accademia di Imola ha ricordato il ruolo della musica come «veicolo quanto mai adatto alla comprensione e all’unione tra le persone e i popoli». All’Angelus di domenica ha parlato della «luce del Vangelo» come forza che può guidare il cammino dei popoli «verso la realizzazione di una grande famiglia». E poi il 26 ottobre inizieranno i colloqui con i lefebvriani, e nel 2010 il Papa sarà in visita alla chiesa luterana di Roma e alla Sinagoga (il 17 gennaio).
Intanto l’editoria cattolica ha avuto un balzo del 26,7 per cento proprio grazie ai testi di Ratzinger, e le Udienze e gli Angelus continuano ad essere bagni di folla (guardare le foto per credere).
È il segnale che Benedetto interessa: forse anche a causa di un dibattito pubblico segnato da litigi polemici e colpi recriminatori, fa piacere ascoltare qualcuno che parla di pace con tono mite e intelligente, rivolto non alla pancia, ma al cuore e alla testa dei suoi interlocutori.
giovedì 15 ottobre 2009
La santità non è cosa per beghine e bigotti
di Bruno Mastroianni, Tempi, 15.10.09
D
ella santità di solito si ha un’idea piuttosto caricaturale, come in generale della fede: una cosa per devoti, dediti alla preghiera e alle opere buone, raffigurati con l’aureola e lo sguardo candido rivolto verso l’alto.
Poi c’è la santità di cui parla Benedetto XVI. Quella che ha portato – come si è visto nelle canonizzazioni di domenica - un belga a morire di lebbra alle Hawaii pur di occuparsi dei malati, che ha ridotto l’arcivescovo di Varsavia all’esilio per la difesa degli oppressi, che ha condotto Maria del la Croix a dedicare la sua vita all’assistenza degli anziani, quella che ha spinto Rafael Arnaiz Baron a lasciare una vita agiata per dedicarsi alla fede e Francisco Coll a spendere ogni energia per l’educazione dei più giovani. Persone che hanno smesso di «mettere al centro se stesse» per «andare controcorrente vivendo secondo il Vangelo». I santi – aveva sottolineato il Papa all’udienza della settimana scorsa – sono «uomini e donne pronti a compiere scelte radicali e coraggiose» che contribuiscono «in modo determinante a costruire un mondo migliore».
Non a caso, aprendo il Sinodo, Benedetto XVI ha ricordato che la Chiesa deve puntare alla «"misura alta" della vita cristiana, cioè la santità»: è con questo spirito che centinaia di vescovi sono riuniti a Roma per studiare in modo approfondito i problemi dell’Africa alla ricerca di soluzioni sempre migliori.
Altro che santità come roba pia per bravi bambini. Qui si parla di persone che si prendono sulle spalle le sorti del mondo.
venerdì 9 ottobre 2009
Rivoluzione sessuale
Anche questa volta è spuntato il preservativo. Non appena è iniziato il Sinodo sull’Africa alcune parole mal tradotte del Cardinal Turkson hanno riportato la questione in primo piano (per le vere parole del Card. Turkson cliccare qui).Cosa dice la scienza sull’Aids in Africa
Le polemiche erano sorte all’inizio del viaggio in Africa di Benedetto XVI nell’aprile scorso, quando il Papa sostenne che la semplice distribuzione dei preservativi nel continente non sta dando risultati, anzi rischia di peggiorare le cose. Impostazione confermata da diversi studi e condivisa da molti esperti (per una sintesi leggere qui). Ultimamente si sono aggiunte altre voci autorevoli: l’epidemiologo René Ecochard che sostiene la ragionevolezza delle affermazioni del Papa e Edward Green, laico professore di Harvard, che si è occupato per 35 anni di programmi di distribuzione di contraccettivi, anche lui d’accordo con le affermazioni del Pontefice.
Tabù preservativo
Nonostante il tema sia serenamente dibattuto a livello scientifico ogni volta che la Chiesa vi accenna si scatenano violente polemiche. Il problema smette di essere la lotta all’Aids in Africa per concentrarsi sulla questione del preservativo in sé. Sembra quasi che sia vietato metterlo in discussione: chi osa farlo viene censurato. I discorsi si estremizzano e si finisce per distorcere la realtà: la posizione della Chiesa si deforma in un cocciuto rifiuto del preservativo, oscurando la visione ampia e positiva del significato della sessualità che essa propone.
Le costrizioni della liberazione sessuale
La situazione è stata ben analizzata dal filosofo francese Fabrice Hadjadj in un’intervista a Tempi. Il professore sostiene che la cosiddetta “liberazione sessuale” tutt’altro che liberare il sesso lo ha costretto in vincoli peggiori: la sessualità si è via via ridotta «a un atto consumistico che deve essere gestito secondo una modalità tecnica», ciò che conta è saper usare i mezzi adatti per evitare sgradite conseguenze. L’accento non è posto sull’«incontro, l’unione, la comunione» quanto piuttosto sulla «preservazione». L’educazione sessuale si trasforma in tecnica per il controllo dei rischi (in termini di malattie e gravidanze indesiderate). Il preservativo in questa situazione è «la parola ultima». Proprio per questo non si accetta che sia messo in discussione.
La liberazione della sessualità secondo il cristianesimo
Secondo Hadjadj la visione cristiana in confronto è liberatoria. Il cattolico che vive la sessualità all’interno del matrimonio coltivando la fedeltà coniugale «è il vero edonista. Ha la sua donna e va fino in fondo. Non passa tutto il tempo a chiedersi: “Oh, cosa succederà adesso? Che rischio sto correndo?”. E se il seme che ha immesso nella donna gli torna indietro sotto forma del viso di un figlio, la gioia è ancora più grande». La Chiesa - dice Hadjadj - «non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme conseguenze».
L’insofferenza per il condom
Recentemente la Società Italiana di Ginecologia ha diffuso le statistiche secondo cui 3 teenager su 4 non usano il condom nei loro rapporti sessuali. La conclusione che molti traggono è che ci vorrebbe più educazione sessuale. In realtà i dati dicono di più: i giovani provano insofferenza per la mentalità contraccettiva e preservativa, vorrebbero una sessualità più libera, priva del “terzo incomodo artificiale”. Forse il problema e che non hanno nessuno che gli spieghi come raggiungerla, dato il continuo insistere sugli aspetti tecnici per evitare sorprese.
Il senso del sesso
Un valido esempio di risposta è il video di Jason e Cristallina, due ragazzi futuri sposi, che sono andati in giro per le scuole americane a parlare di castità, riscuotendo un enorme successo, proponendo una visione positiva del sesso incentrata sull’amore, sul rispetto e sull’attesa in vista del matrimonio (per vedere il video: parte1 e parte2).
giovedì 8 ottobre 2009
La Chiesa parla di Africa perché il mondo ne ha bisogno
di Bruno Mastroianni, Tempi, 8.9.09
Aprendo il Sinodo sull’Africa domenica scorsa, Benedetto XVI non voleva limitarsi – com’è sembrato da certi resoconti – a criticare il neocolonialismo occidentale che diffonde nel continente il «materialismo pratico» o la violenza del «fondamentalismo religioso» mischiato a interessi politici. Voleva andare oltre. Voleva spiegare perché l’Africa riguarda tutti.
La Chiesa da sempre è impegnata nel continente. Copre quasi il 30 per cento dei servizi sanitari con migliaia di ospedali, ambulatori e centri d’assistenza. Si occupa dei malati di Aids, della povertà, della promozione della donna. Favorisce l’istruzione (dalla materna alle università) facendo studiare oltre 19 milioni di alunni. Non lo fa solo per beneficenza. Lo fa perché l’Africa, come ha detto il Papa, è «un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza», è il luogo in cui le «molteplici e diverse culture» unanimemente riconoscono che «Dio è il Creatore e la fonte della vita», è un luogo di «straordinaria ricchezza umana» e «una terra feconda di vita» in cui il tasso di natalità è il più alto al mondo.
Pensando all’Africa c’è chi si concentra sulle «risorse di cui è ricco il suo territorio» o sulla pietà che scaturisce dalla povertà dei suoi abitanti. La Chiesa invece è da sempre interessata a trarne una ricchezza: quel patrimonio «spirituale e culturale, di cui l’umanità ha bisogno più che delle materie prime».
Al Sinodo si parlerà del futuro del mondo.
venerdì 2 ottobre 2009
Cattolici. Con cittadinanza
di Bruno Mastroianni, Formiche, ottobre 2009
Probabilmente gli italiani, quelli reali, saranno ormai saturi del clima mediatico che si è venuto a creare nel nostro Paese. Questo procedere per sensazionalismi e bagarre sembra avere il solo effetto di acuire lo scollamento tra dibattito pubblico e paese reale. A forza di polemiche e strappi, si sta parlando ormai di un mondo distante da quello in cui ciascun italiano vive. Dove sono i finiti i temi veri? Quelli delle famiglie, del lavoro e dell’educazione, della povertà? C’è voglia di ritorno alle cose della vita vera, il desiderio di parlare di ciò che veramente conta.
Lo scollamento di cui sopra appare ancora più evidente nel considerare come, tra le onde squassanti delle tempeste, sia finita anche la barca della Chiesa. Sempre più dipinta come una fazione tra le altre, alle prese con presunti bracci di ferro interni e strappi col Governo, dedita sostanzialmente ad incidere nella sfera pubblica con il suo peso. Come se la Chiesa si potesse ridurre alla Segreteria di Stato, agli uffici della CEI o peggio a un serbatoio di voti. Quando di fatto corrisponde a tutt’altro: a una larga fetta di cittadini che, nei vescovi o nel Papa, non vede rappresentanti di interessi, ma guide spirituali che spronano alla ricerca di significati nobili.
Probabilmente, a mettere da parte gli spauracchi della “Chiesa delle pressioni e degli anatemi” e ad incominciare ad ascoltare un po’ di più la Chiesa reale, ne trarrebbe giovamento tutto il Paese. Affiorerebbe quel patrimonio di insegnamenti straordinario che l’Italia ben conosce e di cui è impregnata la recente Enciclica di Benedetto. Tutti hanno riconosciuto l’attualità di quel richiamo alla responsabilità rivolto agli attori sociali - i cittadini, le aziende, le istituzioni e i media – che devono riscoprire di non essere monadi dedite a perseguire i propri fini ma elementi inseriti in sistemi di relazioni tra persone.
La Chiesa ridotta alla difesa dell’insegnamento della religione o a interlocutore ingombrante per la legge sul testamento biologico, è solo una caricatura. E non si può pretendere che il superamento di questa immagine venga fuori da un’improvvisa quanto improbabile conversione dei media. Dipenderà piuttosto dalla capacità che i suoi membri avranno di cogliere l’invito di Benedetto XVI a incarnare il Vangelo nell’agire sociale e politico.
Al nostro Paese occorrono cattolici cittadini.
mercoledì 30 settembre 2009
Il Papa sorprende l’Europa atea, ma qui notano solo Berlusconi
di Bruno MAstroianni, Tempi, 29.9.09
Come d’abitudine, anche il tredicesimo viaggio internazionale di Benedetto XVI – da poco concluso nella Repubblica Ceca – è stato intenso. In uno dei paesi più atei al mondo, il Papa ha affrontato alcuni temi di fondo: la libertà che «presuppone la ricerca della verità», i pericoli del cinismo «disumano e distruttivo» che vuole negare la grandezza di questa ricerca, l’invito ad «ampliare il concetto di ragione» per aprirsi alla fede, perché escludere la prospettiva trascendente è tradire «la grande tradizione formativa» che ha fatto nascere in Europa le università.
E poi l’infondatezza di quei tentativi «tesi a marginalizzare l’influsso del cristianesimo nella vita pubblica» quando la «storia del cristianesimo» è la «stessa storia» dell’Europa. La «secolarizzazione radicale» che, tagliando il suo legame alla verità, rende le società «più fragili e meno inclusive», affaticate nel «riconoscere quello che è vero, nobile, buono».
Il bisogno che c’è di Vangelo, «che non è un’ideologia» ma «trascende le vicissitudini di questo mondo e getta nuova luce sulla dignità della persona in ogni epoca» per scongiurare «una ragione sorda al divino», «incapace di entrare in quel dialogo tra culture di cui il nostro mondo ha così bisogno».
È un peccato che i media italiani si siano un po’ schiacciati sull’incontro iniziale con Berlusconi e su qualche riferimento forzato alla politica. Ci si è persi Ratzinger mentre parlava di apertura alla fede a un paese che sconta ancora i segni dolorosi provocati dalla chiusura materialista.
Suocera Europa intenda.
mercoledì 23 settembre 2009
La Chiesa allo Stato non chiede omaggi, ma il bene degli uomini
di Bruno Mastroianni, Tempi, 23.9.09
La distanza tra la Chiesa mediatica e la Chiesa di Benedetto XVI si sta facendo sempre più evidente. La settimana scorsa sul Corriere della Sera – un po’ l’ago della bilancia del dibattito pubblico italiano – un intervento di Giovanni Sartori sul testamento biologico e una recensione di Sergio Romano di un saggio di Roberto Pertici, hanno rispolverato quel cliché che ormai da mesi aleggia nelle penne di diversi commentatori: la Chiesa “peso-politico” tutta dedita a ottenere risultati dallo Stato.
E pensare che il Papa aveva appena finito di parlare ad alcuni vescovi brasiliani della differenza di compiti tra sacerdoti e fedeli laici: i primi «devono restare lontani da un coinvolgimento personale nella politica, al fine di favorire l’unità e la comunione di tutti i fedeli e poter così essere un punto di riferimento per tutti» mentre ai secondi spetta «esprimere nella realtà, anche attraverso l’impegno politico, la visione antropologica cristiana».
È lo spirito contenuto in quella Nota circa l’impegno dei cattolici nella vita politica – non a caso firmata dall’allora cardinal Ratzinger – che spiega bene quale sia il ruolo della Chiesa nei confronti della cosa pubblica: non ottenere cose, ma illuminare le coscienze affinché l’agire sia orientato «al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune».
Altro che “gruppo di pressione confessionale”, la Chiesa di Benedetto ha un’ambizione più alta: essere portavoce nel mondo della verità sull’uomo. Un compito che va ben oltre la ricerca di contentini politici.
mercoledì 16 settembre 2009
Il Papa sa che i fuochi d’artificio non fanno abbastanza luce
di Bruno Mastroianni, Tempi 15.9.09
Ha scritto bene Andrea Riccardi sul Corriere della Sera: questi fuochi d’artificio mediatici, sebbene diano l’illusione d’illuminare la realtà, denunciano una «mancanza di visione» che affligge il nostro paese: «Abbiamo poche idee sul presente e sul futuro». C’è bisogno di qualcuno che torni a «scaldare i cuori».
È proprio quello che Benedetto XVI sta prospettando alla sua Chiesa. «I nostri contemporanei, quando s’incontrano con noi, vogliono vedere quello che non vedono in nessun’altra parte» ha detto la settimana scorsa ai vescovi brasiliani. E sabato, durante l’omelia per le ordinazioni episcopali, ha richiamato i pastori alla «fedeltà», che significa portare alla gente le «parole di vita eterna» e non cercare di «adeguare la fede alle mode del tempo».
Una certa mentalità contemporanea liquiderebbe tutto questo come “devozione” che non c’entra coi problemi seri. Ma per Ratzinger è molto di più: la fede, se fervente, migliora la realtà. È il succo della Caritas in veritate: l’apertura a Dio dà prospettiva, l’«attenzione alla vita spirituale» porta a uscire da se stessi e a impegnarsi con tutte le facoltà umane per il bene di tutti. Lo sguardo “in alto” rende più consapevoli su ciò che occorre “in basso”.
La secolarizzazione, a forza di tagliar fuori la dimensione soprannaturale dalla vita, ha lasciato molti strappi. La «mancanza di visione» diagnosticata da Riccardi ne è una conseguenza. È giunto il momento di mettersi a ricucire. Benedetto XVI ha già iniziato a farlo.
venerdì 11 settembre 2009
Per capire il Papa sul caso Boffo basta rileggere la sua enciclica
di Bruno Mastroianni, Tempi 9.9.09
Fa un certo effetto notare l’affrettarsi dei giornali a cercare nelle parole, nei gesti e in ogni minimo segnale un possibile indizio su cosa pensi il Papa delle bufere mediatiche degli ultimi tempi.
In questi giorni di analisi si è prospettato di tutto: deterioramenti dei rapporti tra Chiesa e governo, rese dei conti tra Cei e Segreteria di Stato, fantasticherie su un possibile futuro “grande centro”. Ma non è a questo livello che si troverà una risposta. Se si vuole cercare di indovinare cosa Ratzinger avrà in mente in questi giorni, occorre alzare il tiro.
Ad esempio rileggendo nella Caritas in veritate il paragrafetto dedicato al senso dei mass media. Vi si legge che per contribuire veramente allo sviluppo essi devono essere «animati dalla carità ed essere posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale». Perché senza questa prospettiva rischiano di essere asserviti «al calcolo economico, al proposito di dominare i mercati e, non ultimo, al desiderio di imporre parametri culturali funzionali a progetti di potere ideologico e politico».
Di fronte a quello che sta accadendo è difficile credere che Benedetto XVI si fermi alle questioni di equilibrio tra Vaticano e politica o ai rapporti di potere tra la curia e i vescovi italiani. Questo è ciò che preoccupa i media. Egli, più probabilmente, constata ancora una volta quanto questo nostro mondo mediatizzato abbia bisogno di ritrovare, ancora prima che il significato ultimo delle cose, il senso della misura.
mercoledì 2 settembre 2009
La lezione teologica della vecchierella di san Bonaventura
di Bruno Mastroianni, Tempi 2.9.09
Domenica Benedetto XVI si recherà a Bagnoregio, città natale di san Bonaventura. Uno dei suoi maestri di riferimento. Da giovane Ratzinger ottenne l’abilitazione all’insegnamento proprio con uno studio sulla teologia della storia del santo francescano a cui si deve l’aver chiarito, mai come prima, l’idea di Cristo come centro e asse della storia.
In Ratzinger c’è molto di san Bonaventura. Soprattutto quella consapevolezza che la ragione da sola non basta. Sia Bonaventura che Benedetto insistono sulla fiducia nella razionalità e sulla bontà della scienza teologica, ma sono altrettanto convinti che esse, senza la ricerca di un rapporto d’amore con Dio, rimangono incomplete. «Una vecchierella può amare Dio anche più di un maestro di teologia», diceva san Bonaventura. Durante un’udienza l’anno scorso il Papa sottolineò questo aspetto centrale della teologia di Bonaventura: «L’amore vede più che la ragione. Dov’è la luce dell’amore non hanno più accesso le tenebre della ragione; l’amore vede, l’amore è occhio e l’esperienza ci dà più che la riflessione». L’amore fa la differenza.
Domenica Benedetto XVI si inginocchierà di fronte alla reliquia del santo. Sembra quasi una risposta alle afose polemiche mediatiche d’agosto, fatte di pillole per l’aborto portatile e sentenze per relegare la religione a opzione da tempo libero. Se queste sono le conquiste della razionalità scientifico-laicista odierna, è proprio vero: ci vuole una boccata di aria fresca.
Che san Bonaventura ci aiuti ad allargare la prospettiva.
venerdì 21 agosto 2009
Il titolo del Meeting 2009 “spiegato” da Benedetto XVI
di Bruno Mastroianni, Tempi, 27.8.09
Il tema del Meeting 2009, “La conoscenza è sempre un avvenimento”, fa tornare in mente i due interventi a Rimini dell’allora cardinal Ratzinger.
Il primo fu nel ’90. Parlò della Chiesa come «compagnia sempre riformanda». Disse che le critiche che l’accompagnano sono la dimostrazione di quanto gli uomini «si attendano da essa di più che da altre istituzioni mondane». Per questo occorre una continua riforma: non tanto per aggiungere cose, ma per toglier ciò che è di ostacolo alla missione divina ricevuta.
Il secondo intervento fu nel 2002, parlò di bellezza e fede. Disse che il «pensiero teologico esatto e rigoroso» non può sostituire quel «colpo – usò proprio questa espressione – provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la bellezza». Cristo è la «bellezza della Verità», attrae non per fattori estetici ma perché è «l’Amore che ci chiama». Un tema che riprese anche al funerale di don Luigi Giussani, un paio di mesi prima di diventare Papa. Disse che egli, cercando la vera «Bellezza», trovò Cristo.
Al Meeting del 2002 Ratzinger fece un appello: «Dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo». Al funerale sottolineò che don Giussani aveva capito che «il cristianesimo non è un sistema intellettuale» ma «un incontro, un avvenimento».
Per entrambi la Chiesa non può ridursi all’angolino di una difesa moraleggiante di valori e princìpi. Ha un compito più alto: far toccare con mano la «bellezza della verità redentrice» di Cristo.
È questa conoscenza il vero avvenimento che cambia la vita.
giovedì 6 agosto 2009
Quel «piccolo infortunio» che ci ha restituito Joseph Ratzinger
di Bruno Mastroianni, Tempi, 6 agosto 2009
Il Papa da Castelgandolfo è tornato a fare riferimento al suo «piccolo infortunio», ringraziando tutti i fedeli «per la vicinanza spirituale che mi hanno dimostrato». Bisogna ammettere che questa frattura, per quanto evento nefasto e doloroso, ha avuto un pregio: restituirci finalmente il Papa com’è veramente.
Era da un po’ che ci mancava. Sì perché negli ultimi mesi, tra critiche e assalti mediatici, e in generale per il modo di coprire le notizie sul papato, la personalità di Benedetto era finita in secondo piano. Ma ora Joseph Ratzinger è tornato.
Quel Ratzinger che cade durante la notte e non sveglia i collaboratori per non disturbare. Che in ospedale vuole essere trattato come gli altri e attende il suo turno mentre la sala operatoria è occupata. Il paziente ignoto 917, che si scusa con i medici per il trambusto e che, appena uscito dall’ospedale, cerca con lo sguardo i giornalisti e assicura: «Sto bene». Che benedice con il gesso e ci scherza su nei vari incontri. «Non ha perso serenità e buonumore», ha più volte assicurato padre Lombardi, eppure la frattura gli è costata l’annullamento delle gite durante le ferie e il rallentamento del libro su Gesù. Il Papa ha dato all’incidente un senso superiore: «Forse il Signore voleva insegnarmi più pazienza e più umiltà».
Può essere. A noi, però, viene un sospetto: vuoi vedere che questa frattura, più che al Papa, è servita a noi tutti – troppo impastati di analisi e valutazioni dotte - per ricordarci quanto Benedetto-Ratzinger, di umiltà e pazienza cristiana, sia un esempio sommo?
venerdì 31 luglio 2009
A chi serve la ru486?
di Bruno Mastroianni, documentazione.info, 31 luglio 2009
Anche in Italia sarà introdotta la pillola ru486. La notizia arriva proprio all’indomani della presentazione del rapporto sull’aborto del Ministero del Welfare.
Il rapporto spiega che tra il 2007 e il 2008 sono stati effettuati 4,1% aborti in meno. E il fenomeno non è dovuto al calo della natalità. Sembra invece che l’applicazione corretta degli elementi preventivi contenuti nella legge 194 stia dando alcuni frutti. Un piccolo passo avanti. Anche se rimane allarmante l’aumento degli aborti tra le donne straniere che hanno difficoltà ad accedere ai centri d'aiuto (sintesi dei dati).
In questa situazione si innesta la ru486. Un prodotto che ha sollevato numerose perplessità da più parti: inchieste del New York Times sulle controindicazioni, il Times che l’ha definita la “horror-pill”, diversi casi di emorragia durante la sperimentazione negli Stati Uniti – con 4 donne costrette a ricorrere a trasfusioni per sopravvivere. Lo studio della Promed Galileo che ha misurato un tasso di mortalità 10 volte superiore all’aborto chirurgico insieme allo studio di una rivista Britannica di ginecologia che su 400 casi ha registrato l’11% di controindicazioni gravi (questa e altra documentazione nel Dossier Ru486). Senza contare che esiste un rapporto - non pubblicato - della stessa casa produttrice l'Exelgyn che ha documentato 29 casi di decesso.
Le legislazioni sull’aborto nacquero con l’idea di assumere il controllo del fenomeno per impedirne l'uso come strumento di controllo delle nascite e limitarlo il più possibile (basta leggere il testo della 194). Sono passati trent'anni e la cosa non sembra che stia funzionando. In Italia, per quanto i numeri siano calati, gli aborti nel 2008 sono stati ancora 121.406, una cifra enorme. In diverse parti d’Europa addirittura aumentano, tanto che l’aborto è la principale causa di morte nel continente (ecco i dati dei paesi europei in uno studio del 2008; altri dati e documenti nel Dossier Aborto).
Prima ancora delle perplessità scientifiche (che sono pesanti) e prima ancora della questione morale, ci si dovrebbe chiedere: una pillola che promette l'illusione di un aborto più semplice e meno "ospedaliero", potrà mai contribuire positivamente al problema?
mercoledì 29 luglio 2009
Il Papa indica Dio agli uomini per aiutarli a usare la ragione
di Bruno Mastroianni, Tempi, 28.7.09
Benedetto XVI davanti a seimila persone all’Angelus di domenica a Les Combes ha avuto grande eco sui media. L’elogio dei nonni come «depositari e testimoni dei valori fondamentali della vita» ha colto nel segno in una società sempre più longeva e con famiglie in piena emergenza educativa.
Degli interventi del Pontefice merita attenzione anche quello di venerdì scorso durante i vespri nella cattedrale di Aosta. Nella città che ha dato i natali a sant’Anselmo (di cui quest’anno cadono i 900 anni dalla morte) il Papa ha tenuto un discorso a braccio sul primato di Dio e sul Suo «vero potere» che è il perdono.
Benedetto ha sottolineato che se «si prescinde da Dio manca la bussola», ed è andato a dirlo proprio a casa di sant’Anselmo, il “dottore magnifico”, padre di quella scolastica che diffuse l’erudizione e lo studio in tutta Europa. Il santo per cui la fede e l’apertura alle verità di Dio sono la vera garanzia per il corretto uso di ragione. La sua famosa prova – «ciò di cui non è possibile pensare qualcosa di più grande» – non era un esercizio per filosofi ma un’idea semplice per far capire che Dio, anche se gli si voltano le spalle, è un riferimento ineludibile nel nostro intelletto.
C’è quasi un millennio tra Anselmo e Ratzinger. Ma la questione è sempre la stessa: l’umanità, nonostante tanti illuminismi e scientismi, avverte il disagio di procedere senza bussola. Il Papa venerdì ha indicato la strada: «Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente».
Ne guadagnerà anzitutto la ragione.
giovedì 23 luglio 2009
E dire che parlavano di un Papa intellettuale ininfluente
di Bruno Mastroianni, Tempi, 21.7.2009
Mentre recupera le forze in Valle d’Aosta, e guarisce dalla frattura al polso, vien voglia di considerare l’anno trascorso da Benedetto XVI.
Un Anno Paolino contraddistinto da una catechesi di livello (vale la pena rileggersi i discorsi) seguito in staffetta dall’Anno Sacerdotale per rilanciare la missione spirituale dei preti. Un anno di viaggi impegnativi. Soprattutto l’Africa e la Terra Santa. La prima piena di colori e speranza – emersi nonostante l’opacità di certi preservativi mediatici occidentali. La seconda alla ricerca di un dialogo schietto e ragionevole, tra non facili equilibri interreligiosi e qualche rigurgito di dissapori antichi.
E, ancora prima, la revoca della scomunica ai lefebvriani. Vero gesto-simbolo di questo pontefice, tutto concentrato a tenere assieme la Chiesa superando mode e ventate del momento, per tornare alla missione originaria: portare all’uomo la verità che Dio le ha affidato, senza dispersioni. Un anno senza mai evitare il confronto diretto con temi dolorosi, come i casi di pedofilia nella Chiesa.
Il tutto in un clima mediatico a dir poco turbolento. A riprova che non c’è gesto del Papa che lasci indifferenti.
Il finale prima della vacanza lo conferma: tra un’esortazione al G8 e un chiarimento con il presidente degli Stati Uniti, il Papa se n’è andato in ferie lasciando l’umanità – ancora una volta – beneficamente scossa da un’enciclica epocale, che è già bestseller.
E pensare che fino a poco tempo fa imperversava lo stereotipo del Papa intellettuale poco incisivo… Buon riposo meritato Santo Padre.
martedì 14 luglio 2009
Il Papa, lettura consigliata per i moderni delusi dalla modernità
di Bruno Mastroianni, Tempi, 14.7.09
L’idea che al mondo serve l’amore, non come vago sentimento, ma come solida realtà radicata nella verità sull’uomo e sulla realtà – caritas in veritate – ha colto nel segno. A destra come a sinistra, tra sindacalisti e imprenditori, economisti e giornalisti: tutti hanno sentito risuonare autorevole la voce del Papa.
Il fatto è che l’epoca dell’entusiasmo di vivere “come se Dio non esistesse” sta finendo. La crisi lo ha messo in evidenza: tutta questa modernità è da secoli che non mantiene ciò che promette. C’è insoddisfazione e desiderio d’aria fresca. Per questo l’enciclica è stata ben accolta. Niente improvvisazioni mediatiche perché tutti, alla fine, l’hanno letta. Riscoprendo quanto può essere ragionevole, condivisibile e stimolante Benedetto che ricollega le faccende umane ai significati ultimi dell’esistenza.
In questo clima di apertura sarebbe bello prendere spunto dall’incontro tra il Papa e Obama.
Mentre i media ci preparavano a una specie di resa dei conti bioetico-staminale, i due si sono concentrati nel conoscersi e capirsi. Obama prometteva la diminuzione degli aborti e il Papa gli passava una copia della Dignitas personae – il documento che spiega bene perché la difesa della dignità dell’uomo non è una fissazione dei cattolici, ma riguarda tutti.
Se solo lo si leggesse con attenzione si scoprirebbe quanto ragionevole, condivisibile e stimolante sia la Chiesa di Benedetto quando ricorda all’uomo che il futuro si gioca anche sulla capacità di difendere la vita sin dall’inizio. È una questione di caritas in veritate.
martedì 7 luglio 2009
Il Papa insegna la sola cosa che dà senso alla borsa come alla vita
di Bruno Mastroianni, Tempi, 7.7.09
La Caritas in veritate non è solo un nuovo tassello nella Dottrina sociale della Chiesa, né un aggiornamento dei precedenti interventi in materia.
Anche se presentata in concomitanza con il G8 dell’Aquila (con tanto di riferimento nella lettera indirizzata ai partecipanti) non è solo un appello perché i grandi della Terra abbiano presenti i valori morali nelle scelte politico-economiche.
Se n’è parlato così tanto, già prima che il testo uscisse, che sembra quasi impossibile aggiungere ancora qualcosa. Anticipazioni e commenti nelle ultime settimane hanno a tratti rischiato di offuscarne il messaggio. Ma finalmente è arrivata.
Di fronte alla crisi, al diffondersi della povertà, dell’ingiustizia e dei problemi ambientali, il Papa invita a non fermarsi a risposte del momento. Occorre alzare il tiro. Sa che i problemi che affliggono il mondo non sono solo errori del sistema, liquidabili con manovre oculate condite da qualche spruzzata di etica in politica. Hanno una radice più profonda. Ecco allora la Caritas in veritate che riporta il senso dell’agire economico in quel progetto originario per cui l’uomo è stato creato. E che deve riscoprire.
Non è solo un’altra enciclica sociale. È l’ennesimo passo di Ratzinger sul sentiero che sta tracciando con il suo pontificato: mostrare all’uomo moderno che l’apertura alla prospettiva della fede non solo non allontana dalla realtà, ma permette di coglierne appieno il senso, in ogni sua dimensione – anche quella economica.
giovedì 2 luglio 2009
Il più intellettuale dei pontefici è anche il più semplice dei fedeli
di Bruno Mastroianni, Tempi, 1.7.09
Di fatto, presi un po’ troppo dallo stereotipo del professore-teologo dedito alla lotta al relativismo e alla conciliazione tra fede e ragione, si può cedere all’idea che Joseph Ratzinger sia soprattutto un grande teorico, un intellettuale attrezzato capace di tenere testa al secolarismo con la sua preparazione. Per quanto tutto ciò corrisponda alla sua caratura, a vederlo solo da questo punto di vista c’è il rischio di perdersi un pezzo di Benedetto.
Basta guardare gli eventi degli ultimi tempi. Per esempio l’Anno Sacerdotale indetto nel segno della devozione a san Giovanni Maria Vianney, con tanto di venerazione delle sue reliquie prima di procedere alla cerimonia. Così come l’Anno Paolino, conclusosi lunedì scorso, che ha ravvivato nella Chiesa la devozione al santo apostolo delle genti. Per non parlare dell’inginocchiarsi del Papa di fronte alle spoglie di san Pio da Pietrelcina, con la benedizione della reliquia del cuore.
Insomma si percepisce come Benedetto, tra le tante cose, stia anche riportando in primo piano il culto dei santi. Proprio il più intellettuale dei papi, il teologo raffinato ed erudito, non disdegna i gesti di devozione più semplici.
Di fronte all’odierna tendenza alla fede disincarnata di certa psico-teologia e di fronte alla spiritualità sentimentale adulta ed evanescente, il Papa ha una cura: affidarsi a uomini concreti che furono capaci con la loro vita di portare Dio nel mondo. A noi fedeli, ancora sostanzialmente fatti di carne e ossa, piace questa fede che si vede e che si tocca.
giovedì 25 giugno 2009
Nell’enciclica niente anatemi, ma la scoperta che Dio “c’entra”
di Bruno Mastroianni, Tempi, 22.6.09
L’attesa attorno alla Caritas in veritate che, a quanto pare, sarà firmata il 29 giugno prossimo dal Papa, è forte. Non solo perché è un’enciclica sottoposta a diverse stesure, ma soprattutto perché vedrà Benedetto XVI cimentarsi – come egli stesso ha anticipato – sul «tema del lavoro e dell’economia». Tema che non fa parte del suo repertorio.
È da mesi che si sente parlare di questo documento. Chi dice che condannerà il capitalismo, chi sostiene che si differenzierà dalla dottrina dei predecessori, tutti in attesa trepidante: quali ricette e giudizi il Papa avrà da esprimere? La ricerca dei segnali è in atto da mesi: citazioni da discorsi, congetture sui collaboratori alla stesura, ipotesi sui temi. A forza di spingere per carpire cosa il Papa dirà sul mercato, sulla ricchezza e sul sistema – a caccia di novità, di rotture con i predecessori o almeno quel pizzico di vistosità che giustifichi i riflettori mediatici – c’è il rischio che se ne perda il significato profondo.
Ci saranno senz’altro elementi di critica a certe prassi economiche, si parlerà sicuramente di etica. Ma ridurre l’enciclica a un j’accuse contro il capitalismo o a un ricettario moralistico sui problemi del denaro, significherebbe impoverirla.
Sì perché la Caritas in veritate, al di là delle questioni tecniche, sarà per il Papa l’occasione per fare ancora una volta il suo lavoro: ricordare all’uomo che, anche quando si parla di soldi, Dio “c’entra”. Perdere la ricchezza di questa prospettiva in tempi di crisi (non solo economica) sarebbe un vero spreco.
giovedì 18 giugno 2009
I seminari non si riempiono con le mogli ma con le vocazioni
di Bruno Mastroianni, Tempi, 16.6.09
C’è chi pensa che ci siano pochi preti perché il celibato è insopportabile e la Chiesa si ostina a non farli sposare. C’è chi pensa che i preti sono cattivi, mica come quello simpatico che dà la comunione ai divorziati e sposa i gay. C’è chi pensa che dei preti si potrebbe fare benissimo a meno, dato che poi in fondo ciascuno se la vede personalmente con Dio. Ci sono tutti quelli che la pensano così, che negli anni si sono aggiunti a quelli che volevano il “prete operaio”, il “prete assistente sociale” e perfino il “prete punk”, mentre i seminari progressivamente si svuotavano.
E poi c’è Benedetto XVI. Sa che la crisi di vocazioni è una crisi di fede. Non a caso affligge soprattutto l’Occidente (Europa in testa) unica zona in cui si registrano numeri negativi mentre in Africa e in Asia il numero dei sacerdoti continua a crescere. E il celibato non c’entra niente, altrimenti le chiese d’oriente e i protestanti dovrebbero scoppiare di vocazioni.
Per questo il 19 giugno il Papa ha deciso di indire un Anno Sacerdotale: «Per favorire la tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero». In mezzo a tanti consigli e inviti all’aggiornamento dei modelli, che imperversano nell’opinione pubblica col rischio di confondere i fedeli e i preti stessi, Benedetto oppone la semplicità della chiamata originaria.
Noi, che ancora abbiamo bisogno di qualcuno che ci avvicini a Dio, gli siamo grati in questo suo sforzo di aiutare i sacerdoti ad essere semplicemente “preti santi”.
martedì 9 giugno 2009
Il Papa affronta la pedofilia e non per salvare le apparenze
di Bruno Mastroianni, Tempi, 9.6.09C’è un argomento su cui nessuno può obiettare nulla a Benedetto XVI: la sua risoluta e trasparente lotta ai casi di pedofilia nella Chiesa.
È una faccenda su cui il Papa non ha mai evitato l’approccio diretto: negli Stati Uniti e in Australia se n’è occupato in prima persona incontrando le vittime, così come per i casi irlandesi già nel 2006 aveva invitato i vescovi della Conferenza episcopale dell’isola a «stabilire la verità di ciò che è accaduto», «prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro» e, soprattutto, avere cura delle vittime. Anche la conferenza delle Chiese anglofone, conclusa la settimana scorsa in Vaticano, è andata nella stessa direzione: fare chiarezza fino in fondo, prendersi sulle spalle le vittime e rimboccarsi le maniche per rimediare.
Di fronte al male c’è chi si nasconde, chi si difende, chi para i colpi. La Chiesa di Benedetto invece non teme di mostrare le sue ferite. È la fiducia disarmante che il Papa nutre nei confronti della verità. Da essa Benedetto XVI non si aspetta altro che il bene: portare alla luce le ferite significa poter iniziare la cura.
È la serenità di chi non ha timore di guardare in faccia il peccato – anche quando è terribile ed è in casa propria – perché è consapevole del bisogno universale di redenzione. Non è giustizialismo, né sete di punizione. È agire avendo in mente la salvezza delle anime.
È un bell’esempio per l’odierna società in cui, una volta messo da parte il peccato e la redenzione, sembra che l’unica possibile salvezza rimasta sia quella delle apparenze.
mercoledì 3 giugno 2009
Il Papa maltrattato dai giornali è ormai un best seller mondiale
di Bruno Mastroianni, Tempi, 29.5.09
Perché la popolarità mediatica di Benedetto XVI continua a sembrare malmessa? Di spiegazioni ne abbiamo trovate tante. Soprattutto in quella sua insistenza sulla verità che suona, a certe orecchie foderate di carta stampata, una mancanza imperdonabile nei confronti del politicamente corretto.
Ma c’è anche altro. Una delle caratteristiche di questo Papa è che per seguirlo occorre prestargli orecchio e attenzione. In perfetta sintonia con il suo carattere gentile, tipico di una persona di cultura che è teologo e anche uomo di Dio, Benedetto esprime i suoi insegnamenti con la pacatezza di chi si affida al valore di ciò che dice. Senza trucchi o fronzoli per attirare l’attenzione. I suoi discorsi sono inni alla capacità razionale umana: la interpellano, la rispettano, la stimolano. L’interlocutore è lasciato libero di non ascoltare. Perché la voce di Benedetto, in mezzo a tanti rumori sensazionali che si infrangono tra facili contrapposizioni a caccia di ascoltatori, suona come un sussurro leggero, facilissimo da azzittire.
Il Papa non parla mai per fare effetto, ma affronta realmente gli argomenti di fondo: il destino dell’uomo, chi è Dio, il significato dell’esistenza. Sono temi che richiedono un interlocutore disposto all’ascolto.
Intanto con più di 130 titoli all’attivo e diversi milioni di copie vendute in tutto il mondo (un anno fa Gesù di Nazaret e le due encicliche viaggiavano complessivamente oltre i 5 milioni), Ratzinger è l’autore spirituale più letto nel mondo. La sua popolarità evidentemente segue altri criteri.
mercoledì 27 maggio 2009
Il vero amore esige legami indissolubili
di Bruno Mastroiannni, Tempi, 26.5.09
Il cardinal Martini e don Verzé nel loro ultimo libro hanno sollevato (fra i tanti) un tema che colpisce particolarmente la sensibilità mediatica: la questione della comunione ai divorziati risposati.
Il cardinale ha bonariamente posto la questione in parallelo alla revoca della scomunica ai lefebvriani. Sono seguiti diversi commenti su quella linea: il Papa farebbe bene, oltre che pensare ai tradizionalisti, anche a fare qualcosa di più per le persone che hanno subìto un fallimento sentimentale.
A parte il fatto che la scomunica in questo caso non c’entra niente, vale la pena tornare sul tema dei divorziati per rispolverare cosa ne pensa Benedetto XVI. Intervenendo più volte sulla questione ha ribadito che occorre giudicare “caso per caso” senza cambiar le regole. La Chiesa dice al divorziato: ti accolgo, troverò un modo alla tua speciale situazione per farti stare vicino a Dio, ma non potrò mai normalizzare “d’ufficio” la tua condizione. Cambiare le regole significherebbe solo estendere ulteriormente situazioni di sofferenza: ci andrebbe di mezzo l’indissolubilità del matrimonio.
La Chiesa è la portavoce di Dio e ha il dovere di ricordare il progetto originario del Creatore: uomo e donna sono destinati a stare insieme per sempre, come una cosa sola. Non sono destinati alla precarietà delle relazioni affettive.
Benedetto lo sa bene: la Chiesa, anche quando accoglie, non può smettere di ricordare all’uomo che il vero amore esige legami indissolubili. L’alternativa lascia dietro a sé solo sofferenze.
martedì 19 maggio 2009
Non un politico ma un apostolo, cioè un vero costruttore di pace
di Bruno Mastroianni, Tempi, 19.5.09
Dopo i bilanci negativi e un po’ frettolosi dell’Economist, i giudizi sulle presunte omissioni papali e l’insistente ricerca del significato politico del viaggio di Benedetto in Terra Santa, rimane ancora la voglia di parlarne.
Cosa voleva ottenere da questo viaggio il Papa? Noi, un po’ trasportati dallo spirito di analisi, eravamo convinti che fosse lì principalmente per rafforzare l’amicizia con ebrei e musulmani e per incoraggiare i cristiani di quelle terre.
Ora, però, dopo che il volume mediatico si è abbassato e dopo esserci riletti con calma i discorsi, ci siamo accorti che da quei luoghi Ratzinger stava lanciando anche un messaggio per i cristiani del resto del mondo. Per Benedetto la Terra Santa, diventata oggi «simbolo di conflitto tra fratelli», deve tornare ad essere un luogo che mostri al mondo la «libertà e la pace che Dio vuole per i suoi figli». Non è solo una questione di convivenza tra popoli, è una questione apostolica. La Terra Santa è il luogo dove Dio è entrato nella storia per rivelarsi e farsi conoscere dall’uomo. È l’origine della fede. Il Papa è andato lì per ricordarlo: per questo non ha avuto paura di esporsi alle incomprensioni, indicando con chiarezza gli ostacoli da rimuovere (da parte di tutti) per raggiungere la pace. E ha chiesto di imitarlo: «Spero che molti seguano queste tracce… e diventino a loro volta messaggeri di pace».
In Terra Santa Benedetto ha mostrato un preciso modello di cristiano. Per costruire la pace, oltre che di diplomatici esperti, il mondo ha bisogno di apostoli ferventi.
martedì 12 maggio 2009
Una fede che purifica la ragione e rende schietto il dialogo
di Bruno Mastroianni, Tempi, 12.5.09
Si rischia un po’ lo smarrimento nella giungla di interpretazioni e commenti che stanno riempiendo la stampa internazionale nel seguire il viaggio del Papa in Terra Santa. Sono diverse le questioni sul tavolo dei commentatori: il dialogo con gli ebrei e i musulmani, i chiarimenti su Ratisbona, il caso Williamson, Pio XII, i cristiani in minoranza, gli accordi Chiesa-Israele.
Non vorremmo, però, che tra una questione politica e un rilievo interreligioso, sfuggisse un aspetto centrale. La vera cifra di questo viaggio è che si sta verificando un dialogo concreto tra il Papa e i suoi interlocutori. In ogni appuntamento, accanto ai convenevoli e ai protocolli diplomatici (che pur devono esserci), si nota che fondamentalmente tra cristiani, ebrei e musulmani si sta realizzando un confronto. Basta vedere il contenuto dei discorsi: ragione e fede, identità religiosa, differenze e radici comuni. Non mancano precisazioni e anche piccole frizioni: a garanzia dell’autenticità del tutto.
Ciò sta accadendo grazie a Benedetto, al suo modo diretto e schietto di parlare che – anche se ai media sembra una collezione di crisi – ha avuto l’effetto di avviare la procedura. Certo, la strada del dialogo è ancora lunga. Sta di fatto che i tre monoteismi, con la venuta del Papa in Terra Santa, si stanno capendo come non era mai avvenuto prima.
È un segnale deflagrante per il mondo: la fede in Dio, quando autentica, può rafforzare e purificare la ragione, favorendo la comprensione. Altro che il politically correct. Benedetto stava pensando a questo viaggio fin dall’inizio del suo pontificato.
mercoledì 6 maggio 2009
Il sisma abruzzese ha abbattuto anche gli schemi anti-Benedetto
Il problema non è che i media ce l’hanno con Benedetto XVI. Il fatto è che a volte il mondo di cui parlano è un altro rispetto a quello reale. Il mondo dei media è mondano: fa difficoltà ad accettare qualsiasi cosa non corrisponda ai suoi schemi.È per questo che Ratzinger è frainteso. Con il suo comportamento va contro la logica del mondo, come ha sottolineato John Berwick la settimana scorsa sul New York Times facendo “l’elogio della follia” di Benedetto. Lo stesso Papa ne è consapevole: «Il mondo non vuole conoscere Dio e ascoltare i suoi ministri, perché questo lo metterebbe in crisi», ha detto nell’omelia domenica scorsa.
Ogni tanto, però, può accadere che sia proprio una crisi inaspettata a far aprire questo mondo così “mondano”. Accade quando si smette di fare questioni di principio, quando il vociare dei conflitti lascia il posto alla realtà delle persone.
È successo in Abruzzo. Per la prima volta dopo tanto tempo Benedetto è apparso sui media per quello che è: non più il teologo freddo e distante, ma un pastore buono e umano, vicino alla gente. Un cristiano autentico che, entrando in risonanza con la sofferenza, vive in prima persona ciò che insegna.
Più di un commentatore è rimasto stupito, come di fronte a una novità dell’ultima ora. In realtà il Papa profondamente umano lo è sempre stato. La novità ora è stata la realtà della distruzione e del dolore che, rompendo la crosta mediatica fatta di troppo “Panzerkardinal”, ha mostrato a tutti chi è Ratzinger veramente.
martedì 28 aprile 2009
La linea politica di Benedetto spiazza perché non è politica
di Bruno Mastroianni, Tempi, 28.4.09
La linea politica di Benedetto XVI spiazza. Durban II lo dimostra. Le parole di incoraggiamento del Papa durante il Regina Coeli e il fatto che la Santa Sede non abbia boicottato la conferenza come gli altri paesi occidentali, hanno gettato tutti nella confusione.
A cominciare dal rabbino Di Segni che ha detto alla Stampa: «Non riesco proprio a interpretare il gesto di Benedetto XVI». Poi Carlo Panella sul Foglio, preoccupato per questa sorta di ingenuità papal-diplomatica che, in nome dell’affinità con i paesi islamici sulle questioni etiche, non ha saputo comprendere la novità del “pericolo Ahmadinejad”. Anche Repubblica ha trovato le sue spiegazioni in presunti “segnali” vaticani a Israele. Insomma come al solito, a buttarla sul politico, quasi nessuno sembra averci capito molto.
I fedeli invece sono rimasti tranquilli. Hanno riconosciuto, in quel dare segnali positivi e incoraggianti nonostante la scarsa affidabilità di alcuni interlocutori, il modo di fare della Chiesa da millenni. «Non entriamo in motivazioni politiche, vogliamo dare un piccolo servizio per cambiare il cuore delle persone», ha detto monsignor Tomasi, osservatore all’Onu.
Questo muoversi al di là degli equilibri di potere, questo andare oltre le diatribe in sé per arrivare ai “diatribanti”, questo proporre il Bene di fronte al mondo proprio laddove sembra che i buoni non ci siano, può lasciare perplessi analisti ed esperti di relazioni internazionali, ma ricorda molto il modo di fare di Colui che al cristianesimo diede inizio. Ecco la “linea politica” di Benedetto.
martedì 21 aprile 2009
Il torpore dell’Occidente che trasforma il Papa in polemista
di Bruno Mastroianni, Tempi, 21.4.09
A volte sembra che l’Occidente avanzato, istruito e opulento sia affetto da una sorta di torpore intellettuale. Un torpore che sembra riflettersi nel modo in cui i media scelgono gli argomenti.
La scorsa settimana era quella di Pasqua. C’erano due anniversari papali: il suo compleanno e il quarto anniversario di pontificato. C’erano state le celebrazioni e un messaggio Urbi et Orbi – di fronte a 200 mila pellegrini – di portata epocale: sulla resurrezione di Cristo come «realtà storica» attestata «da molti e autorevoli testimoni» che dà sicurezza alla fede. Eppure se n’è parlato poco.
Si è parlato molto di più della risposta ufficiale della Santa Sede alle critiche del Belgio sulla questione preservativo e delle frasi a proposito della conferenza di Durban sul razzismo durante il Regina Coeli di domenica scorsa. Forse perché entrambe le cose almeno un po’ richiamavano controversie di politica internazionale.
Ed è proprio qui che il torpore si fa preoccupante. In un paese in ginocchio per il dramma delle vittime del terremoto, i media non si sono resi conto di quanto poteva essere interessante Benedetto XVI che mostra la fede ancorata a una realtà tangibile e verificabile, che dà speranza a tutti. L’interesse mediatico non è scattato.
A conti fatti di pagine e di spazi, un preservativo già un po’ vecchio e delle frasi su una conferenza internazionale discussa hanno ricevuto più attenzione. Altro che torpore, qui a forza di riportare tutto sempre ai soliti due o tre argomenti si rischia il sonno profondo.
giovedì 16 aprile 2009
Auguri a un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore
di Bruno Mastroianni, Tempi, 16.4.09
“I signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”. Era il 19 aprile di 4 anni fa: Joseph Ratzinger veniva eletto Papa. È tempo di bilanci. Soprattutto in un periodo di distrazioni mediatiche è bene dare un’occhiata a cosa ha fatto questo Papa.
A cominciare dalle due encicliche: una su Dio che è amore e l’altra sulla Speranza che non è un pio sentimento ma la certezza dell’intervento divino nelle nostre vite. I viaggi: negli Stati Uniti dove ha affrontato in prima persona il problema della pedofilia; in Francia, con folle entusiaste che hanno smentito chi prevedeva una laica indifferenza; in Australia dove, secondo l’arcivescovo di Sidney, è cambiata l’immagine della Chiesa e le vocazioni sono in aumento. E poi c’è l’Africa in cui il Papa ha incoraggiato una Chiesa che si è presa sulle spalle le difficoltà del continente.
E il dialogo: la liberalizzazione della liturgia antica e la revoca della scomunica ai lefebvriani, per medicare le rotture delle interpretazioni estreme del Concilio Vaticano II. Il dialogo con gli “amici ebrei” che per il Papa sono i custodi delle origini della fede. E i musulmani con cui si è passati dai gesti significativi di Wojtyla a un sincero confronto intellettuale.
Nonostante alcuni abbiano cercato di ridurre tutto questo a stereotipi da “pastore tedesco”, noi non ci siamo distratti. Il 16 aprile Ratzinger compie 82 anni. Buon compleanno e buon anniversario di pontificato, semplice e umile ma soprattutto “instancabile lavoratore” della vigna del Signore.
mercoledì 8 aprile 2009
Cosa (non) è cambiato da Giovanni Paolo a Benedetto
di Bruno Mastroianni, Tempi 7 aprile 2009
Proprio nell’anniversario del transito al cielo di Giovanni Paolo II, il Parlamento belga ha votato una risoluzione per chiedere al governo di protestare contro le frasi di Benedetto XVI sul preservativo. Questa dei governi e delle istituzioni che si sollevano contro le parole Pontefice è di fatto una novità degli ultimi tempi. Sembra quasi che Benedetto XVI stia dicendo cose improvvisamente diverse rispetto al suo predecessore.
In realtà tra i due papi c’è una continuità totale in quanto ai contenuti. Persino sulla lotta all’Aids Giovanni Paolo II diceva le stesse cose. Allora cosa è cambiato? Precisamente il modo di porsi del Pontefice. Papa Wojtyla era capace di gesti significativi e visibili, trasmetteva il cristianesimo con la sua stessa fisicità. Tutti lo ricordano per questa sua carica empatica. Benedetto è diverso. Il suo stile è proporre le verità di fede attraverso la forza dell’intelligenza. Dice le cose chiare e tonde, senza imporle, con un modo di fare pacato e sereno. Fa appello alla razionalità di chi lo ascolta. Presenta il suo messaggio con l’umiltà disarmante di chi ha fiducia negli interlocutori.
Di fatto mette in crisi l’indifferenza del politicamente corretto che attanaglia soprattutto l’Europa. Da qui le reazioni istituzionali che, non a caso, vengono soprattutto dal Vecchio Continente. Il confronto con Wojtyla rivela tutt’altro che un Papa meno travolgente. Durante lo scorso pontificato c’era chi definiva il rapporto tra il Papa e il cardinale Joseph Ratzinger un tandem vincente. Il tandem si è evoluto in una straordinaria staffetta.
mercoledì 1 aprile 2009
Non s’è mai parlato tanto di fede come in questi giorni polemici
di Bruno Mastroianni, Tempi, 30 marzo 2009
Per tutti quelli che sono inquieti dopo settimane di attacchi nei confronti del Papa. Per coloro che iniziano a pensare che forse è vero, il Santo Padre ha perso il controllo della situazione. Per quelli che lo pensano da sempre e ora credono di trovarne una conferma sui media. Attenzione: i casi mediatici che stanno accompagnando il pontificato di Benedetto XVI non sono ciò che sembrano.
Il discorso di Ratisbona, la mancata visita alla Sapienza, la revoca della scomunica ai lefebvriani e il recente caso Africa-preservativo sono solo in apparenza una collezione di sconfitte. Il sistema mediatico, attratto dai facili contrasti, sta dando alle polemiche un peso sproporzionato. In realtà quei casi stanno avendo un effetto ben più importante: mai come di questi tempi si è parlato tanto delle questioni fondamentali della fede. Si pensi al dialogo con i musulmani e gli ebrei, al senso del Concilio Vaticano II o al rapporto tra fede e ragione.
Il Papa di fatto continua a registrare pienoni nelle udienze e i suoi viaggi sono un successo dietro l’altro – in Africa, negli Stati Uniti, in Australia e perfino nella laica Francia. Il “dibattersi mediatico” potrà anche creare scompiglio sul momento, ma alla lunga ciò che conta è la sostanza. Il messaggio di Benedetto XVI si muove secondo una logica diversa e la gente lo sta capendo: parla di verità, e per quanto generi polemiche e divergenze, non lascia nessuno indifferente.
venerdì 27 marzo 2009
L'Occidente, è rimasto solo con il suo pezzo di lattice
i Bruno Mastroianni, Tempi, 24.3.09
Sembra proprio che a soffrire di solitudine alla fine non sia il Papa ma una certa deriva della cultura occidentale. Arroccata sui suoi assunti, non è riuscita a trarre molto altro dal viaggio di Benedetto in Africa se non un inutile polverone mediatico sulla questione del preservativo.
Nel frattempo lì, nell’Africa reale, si svolgeva la vera storia: folle colorate ed entusiaste ad accogliere il Pontefice, incontri importanti con le autorità e con la popolazione, un dialogo sempre più promettente con le comunità musulmane, la consegna ai vescovi dell’Instrumentum laboris, vera summa di tutte le sfide che aspettano l’Africa e che saranno affrontate nel Sinodo di ottobre.
Non una visita pro forma, ma il passaggio di un pastore per ribadire che non saranno le risoluzioni internazionali a cambiare il mondo ma le conversioni del cuore. È la fede che spinge a prendersi sulle spalle i problemi degli altri. Lo dimostra l’impegno capillare della Chiesa che, nel continente, si occupa praticamente di tutto: dall’educazione all’assistenza sanitaria (coprendo il 30 per cento dei servizi di tutta l’Africa), fino ad arrivare alla difesa dei diritti della donna e dell’infanzia. Benedetto XVI ha trovato nell’Africa la dimostrazione vivente del suo messaggio centrale: «Dio fa la differenza», come ha detto ai giovani angolani.
Intanto l’Occidente che vive “come se Dio non esistesse” si arrovellava su un pezzo di lattice che in 25 anni ha risolto ben poco, e, secondo l’Ocse, gli aiuti all’Africa diminuivano dell’8,5 per cento. Che solitudine.
venerdì 20 marzo 2009
Il condom mediatico occulta le colpe dell'Occidente
di Bruno Mastroianni, Metro, 20/03/2009
Ci stavamo quasi cascando. Per un attimo abbiamo veramente pensato che al centro della polemica ci fossero l’Aids e il preservativo. Ma poi, mettendo insieme un paio di dati, ci siamo ricreduti. Non c’entrano i profilattici, non c’entrano l’Aids e il Papa. Il problema è che l’attenzione che il pontefice sta attirando sull’Africa potrebbe svelare alcune magagne dell’Occidente, se solo la gente se ne accorgesse.
A parlare sono i dati dell’Ocse nel Development Cooperation Report reso pubblico nei giorni scorsi. Uno tra tutti: quegli stessi Paesi che oggi gridano contro il Papa per le sue parole sul condom, hanno tra il 2006 e il 2007 diminuito i loro aiuti verso il continente africano dell’8,5%. Con picchi piuttosto alti: la Francia – che ha iniziato la polemica – ha diminuito gli aiuti del 16,4%.
D’altronde tanta violenza polemica sul preservativo faceva sorgere un po’ il sospetto: ormai di studi che ne rilevano l’insufficienza come unico mezzo della lotta all’Aids ce ne sono fin troppi. Uno dei più recenti è dell’Università di Harvard (pubblicato su Science nel 2008) che mostra come la strategia “solo preservativo” in 25 anni in Africa ha dato pochi risultati. Lo sa bene l’OMS visto che ogni anno, nonostante la diffusione dei condom, registra un aumento dell’epidemia. E poi la Chiesa conosce perfettamente la situazione: da sola copre circa il 30% dei servizi sanitari del continente, ricevendo degli aiuti internazionali solo il 5%.
Ci si sarebbe aspettato un costruttivo scambio di opinioni tra esperti. Invece hanno prevalso accuse e stracciamenti di vesti. Da qui il sospetto: non è che tutta questa polemica è un bel preservativo mediatico per evitare che la gente si infetti, scoprendo che l’Occidente fa poco per l’Africa?
mercoledì 18 marzo 2009
Pre o post-conciliari che siano, il Papa non ha tempo per le mode
Alla fine, tra un articolo e l’altro, su quasi tutti i giornali la lettera del Papa sul “caso lefebvriani” è rimasta nell’immaginario come il gesto di un papa mite e remissivo, isolato nei suoi palazzi, che ammette di avere a che fare con una Chiesa in cui «ci si morde e ci si divora», amareggiato per gli attacchi subìti.Nelle analisi del testo l’attenzione si è focalizzata sui problemi di comunicazione e sulle denunce di smozzicamenti ecclesiastici, lasciando in ombra ciò che era veramente importante: con quella lettera il Papa, oltre a diagnosticare i mali, ne stava già iniziando la cura. E la cura è ribadire che la Chiesa non si può disperdere appresso a mode culturali.
Quali siano queste mode è scritto a chiare lettere: «Non si può congelare l’autorità della Chiesa all’anno 1962». Cioè a prima del Concilio Vaticano II. Riferendosi alla moda lefebvriana. E poi aggiunge: «Chi vuol essere obbediente al Concilio deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive». Il riferimento è alla moda postconciliare, convinta che la fede vera è spuntata solo dopo il Concilio. Chi ha provocato tutto il trambusto è suggestionato proprio da questa moda.
Il Papa, spiegando nella lettera il suo gesto di carità verso i lefebvriani, ha ricordato a tutti la verità della Chiesa. Fondata da Gesù ed assistita dallo Spirito Santo, ha come incarico quello di condurre gli uomini di tutti i tempi alla salvezza. Un compito sufficientemente serio per non incagliarsi in mode e divisioni del momento.
giovedì 12 marzo 2009
Benedetto XVI e la crisi
di Bruno Mastroianni, Tempi, 12 marzo 2009
Nelle ultime settimane il papa è intervenuto diverse volte sulla crisi economica. Leggendo i giornali, sembra che il pontefice si sia limitato a lanciare invettive contro l’”idolatria del denaro” e esprimere la sua solidarietà verso gli operai di Pomigliano. In realtà c’è molto di più.
Tra questi interventi, i media quasi non si sono accorti del Messaggio per la giornata Mondiale della Gioventù reso pubblico nei giorni scorsi. Forse perché non era facile estrapolare anatemi. Forse perché non si citava nessuna categoria a rischio. Forse peggio: un discorso sulla “speranza” rivolto ai giovani non è stato considerato poi così calzante con l’attualità.
Eppure in quelle parole è contenuto uno snodo fondamentale del papa-pensiero. Benedetto sa bene che la crisi non si risolverà con sistemi o ricette politico-economiche: non sarà il denaro a risolvere i fallimenti del denaro. Con l’economia sta crollando un sistema di certezze, un’intera visione del mondo. L’umanità si sente spaesata, e nell’insicurezza, perde fiducia nel futuro. In una parola: ha bisogno di speranza.
Non bastano gli interventi tecnici. Mentre gli analisti si occupano fin troppo di arginare danni contingenti, il papa guarda oltre e si rivolge a veri esperti. I giovani. Capaci di porsi le domande di fondo sull’esistenza, senza mezzi termini. Capaci di aver fiducia nella possibilità dell’uomo di trovare risposte solide, definitive e affidabili sul senso della vita. È da questa fiducia che dipenderanno le sorti del mondo del futuro.
giovedì 5 marzo 2009
Logica della verità e logica del consenso
di Bruno Mastroianni, Tempi, 5 marzo 2009
È necessario un Concilio Vaticano III? A porre la questione la settimana scorsa, dalle colonne de La Repubblica e Le Monde, Vito Mancuso e Hans Kung.
Entrambi vorrebbero una Chiesa più aggiornata.
Il primo è insofferente per certe rigidezze del Magistero sulla vita umana. Perché difenderla ancora come intoccabile? Ci vorrebbe un concilio per aggiornare un po’ quest’antiquata visione della natura. Il secondo usa un’immagine ancora più forte: per Kung la Chiesa rischia di diventare una setta, con posizioni che non incontrano più la comprensione della gente.
Entrambi hanno una preoccupazione: bisognerebbe cambiare alcune cose che suscitano controversie - tipo la sacralità della vita – per adeguare la Chiesa ai gusti della mentalità corrente. Così sì che si riscuoterebbero consensi! A preoccupare i due teologi dissidenti, a parte le questioni specifiche, è un’idea di fondo: che la Chiesa, con questa fissazione sulla verità, continui a collezionare troppe brutte figure.
Comprendiamo l’imbarazzo di Kung e Mancuso che si interessano della reputazione della loro madre Chiesa, anche se se ne sono un po’ distaccati. Ma non si preoccupino. Benedetto XVI è consapevole di ciò che sta facendo: non ha paura di difendere l’idea di verità anche al costo di suscitare qualche antipatia. La posta in gioco è alta. La fiducia nella verità è l’unica garanzia che il genere umano progredisca affidandosi alla ragione, piuttosto che ceda alla logica del consenso facile ed emotivo, verso un inesorabile degrado.
martedì 27 gennaio 2009
Il cuore di Eluana vive ancora
di Bruno Mastroianni, Metro, 27-1-09
Quella di Eluana è ormai una questione inverosimilmente ingarbugliata. Ed è inutile che si cerchi di risolverla sul piano della bioetica e del diritto. La vicenda è ormai soprattutto una vicenda mediatica.
In questi mesi di dibattiti, la discussione ha finito per focalizzarsi a dismisura su quel sondino di plastica che nutre la povera ragazza. La forza suggestiva dei media e la semplificazione giornalistica hanno fatto il resto, creando in noi un’immagine stereotipata. Anche se non abbiamo mai visto Eluana, la immaginiamo lì distesa e immobile, in una sala ospedaliera, mentre subisce ogni giorno l’“oltraggio” di essere nutrita.
La realtà è che mentre ci facevamo trasportare da questa fantasia quasi cinematografica - che alimentava le nostre disquisizioni morali sulla fine della vita e sul diritto di scelta - ci eravamo persi l’Eluana reale. Quell’Eluana in carne ed ossa che da 17 anni, è vero che non parla, è vero che non si muove e non interagisce - ma è altrettanto vero che fa qualcosa di fondamentale: respira. Da sola, senza l’aiuto di nessuno, senza medicine, macchine o artifici. Con tutte le sue forze gonfia i polmoni e li svuota, facendo battere il suo cuore, migliaia di volte al giorno, senza sosta. Avevamo seppellito questo fatto sotto una coltre di questioni di principio.
Forse è da qui che si deve ripartire. Mettendo da parte teorie e supposizioni, ipotesi e interpretazioni. Lasciamo parlare lei. Ascoltiamo quest’appello che il suo corpo, ossigenando e tenendo tenacemente in vita le sue cellule, ci manda da 17 anni. È tutto ciò che abbiamo: un sussurro debole in confronto all’impatto emotivo dei media. Chi se la sente di azzittirlo?
lunedì 19 gennaio 2009
Dove sto andando?

Alla fine è quasi un peccato che non sia andata in porto la campagna pubblicitaria dell’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti che sugli autobus di Genova avrebbe posto lo slogan: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”.
Per gli Atei Uniti la ricerca di Dio è in fondo una perdita di tempo: perché arrovellarsi sulla sua esistenza se, di fatto, di Dio non ce n’è bisogno? Allora per ovviare a questo spreco, con generosità, avevano deciso di aiutare un po’ di gente anticipando la risposta definitiva. Preoccupati che al giorno d’oggi, nonostante tutto, la maggior parte della gente si ostina a pensare a Dio – interrogandosi in continuazione sulla sua esistenza – volevano, tramite la pubblicità, cercare di accelerare la chiusura della questione.
Rimane però un dubbio: sarebbero riusciti con uno slogan a convincere tanta gente che di Dio non c’è bisogno? Magari sì. Più probabilmente quello slogan ateo, posto (ironia della sorte) su un mezzo di trasporto, più che assopire, avrebbe avuto l’effetto di risvegliare – in molti viaggiatori distratti dalla routine quotidiana - il desiderio di domandarsi veramente: ma io dove sto andando? E a quel punto per la risposta, con buona pace degli Atei Uniti, non sarebbe bastato né uno slogan né una pubblicità laccata.
venerdì 19 dicembre 2008
La vita va rispettata dall'inizio
di Bruno Mastroianni, Metro 19.12.08
La Dignitas Personae non è solo un’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede. Non è nemmeno un attacco alla fecondazione assistita, alla clonazione o alla ricerca sugli embrioni - come penserà qualcuno leggendone le sintesi sui giornali.
La Dignitas Personae è tutt’altro. È un colpo durissimo sferrato nei confronti di certe derive relativiste del pensiero dominante. Il fondamento di tutto sono quelle semplici parole, contenute nelle prime pagine del documento, che affermano che l’essere umano è tale fin dal concepimento e che da quel momento è titolare di una dignità intoccabile da cui derivano il suo diritto alla vita e alla libertà.
Il resto del testo è una conseguenza. In molti si soffermeranno sulle questioncine da toto-bioetica: staminali adulte sì, embrionali no, adozione sì, fecondazione no e così via. Di fatto si perderanno il succo del discorso: l’uomo ha una dignità più importante di qualsiasi cosa, più importante anche delle esigenze e le speranze che la capacità scientifica di manipolare la vita ha introdotto.
È questo l’inciampo su cui cade l’intero impianto della libertà a tutti i costi, dei diritti pretesi, delle prese di posizione in nome dell’autodeterminazione e del progresso. Perché laddove in molti vedono un diritto - ad avere o no un figlio, a curarsi le malattie, a far progredire la scienza – la Dignitas Personae vede prima di tutto un dovere: quello di proteggere l’uomo e la sua dignità, costi quel che costi, per quanto possa essere sconveniente, scomodo, fuori moda, sgradevole, inefficiente e antieconomico.
I diritti fondamentali, di cui si compiono in questi giorni i 60 anni della dichiarazione universale, non si proteggono da soli e per sempre. La loro salvaguardia dipenderà sempre più da quanto l’umanità saprà riconoscere la forza morale di questo unico dovere. La Dignitas Personae ci sembra un bel regalo di compleanno.
mercoledì 10 dicembre 2008
Il compleanno della dichiarazione dei diritti
A Londra Daniel James, 23 anni, con la spina dorsale fratturata è stato accompagnato dai genitori in Svizzera per suicidarsi legalmente. La Procura della Corona ha deciso di non processare i genitori “perché non c’è un interesse pubblico”. Sempre a Londra lo stesso giorno, su Sky, è andato in onda il suicidio assistito di Craig Ewert, professore di 59 anni malato di SLA. Due casi di eutanasia benedetti dalle massime autorità: le istituzioni pubbliche che hanno giudicato la morte volontaria un atto privato, e la televisione che ha fatto di quell’atto uno spettacolo pubblico.
L’intera Europa e tutto l’Occidente dovrebbero porgere le loro scuse a Daniel e a Craig. Nello stesso giorno in cui eravamo occupati nelle celebrazioni dei 60 anni della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo - mentre spendevamo sapienti parole per i bambini che muoiono di fame e per le donne ridotte in schiavitù - nel cuore dell’Europa la giustizia approvava che Daniel potesse darsi la morte e la tv spettacolarizzava quella di Craig.
Ormai assuefatti all’idea che il mancato rispetto della dignità umana riguarda solo paesi primitivi e lontani, non ci siamo accorti che da noi, per l’ennesima volta, due persone hanno scelto di rinunciare alla vita perché convinti di avere qualcosa in meno degli altri.
Nel mondo che vorremmo, i bambini e le donne di paesi lontani non dovrebbero morire di fame né essere sottomessi, così come i malati gravi occidentali non dovrebbero mai arrivare a pensare che l’imperfezione fisica o la sofferenza rendano la vita non degna di essere vissuta. Buon compleanno dichiarazione universale.
giovedì 4 dicembre 2008
La ''strega'' Chiesa è azzittita
di Bruno Mastroianni, Metro 4.12.08
Un tempo certi inquisitori utilizzavano la tecnica di diffamare pubblicamente un interlocutore ai fini di farlo odiare dal popolo, per distrarre dalle sue argomentazioni.
Non vorremmo che ciò fosse applicabile a quello che è successo in questi giorni a proposito della polemica ONU–Chiesa sulla risoluzione per la “depenalizzazione dell’omosessualità”. La Chiesa è stata di fatto trascinata in piazza (sui media) ed è stata giudicata da tutti un mostro anti-omosessuale. Ma liberandosi dello spauracchio omofobico e guardando alle dichiarazioni, può sorprendere quanto quella sollevata dal Vaticano sia una questione legittima: la risoluzione pur presentandosi come un insieme di misure antidiscriminatorie, in realtà contiene elementi che possono favorire derive antidemocratiche e liberticide. Il testo infatti è formulato in modo tale da permettere agli organismi internazionali di fare pressioni sui governi che non approvano i matrimoni omosessuali.
Insomma la Chiesa dice: è giusto non discriminare (è scritto nel catechismo da sempre) ma non si può togliere agli stati la libertà di discutere sulla bontà o meno dell’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio. Ci si sarebbe aspettato che i sostenitori della risoluzione opponessero alla Chiesa le loro ragioni. Invece no. In una specie di moderna inquisizione la “strega Chiesa” è stata azzittita e frettolosamente liquidata come “omocida”. E il tema centrale, che interessa e riguarda tutti, è stato eluso. Lasciandoci delusi e anche un po’ perplessi: non è che esistono ancora argomenti su cui, di fatto, non si può discutere?
venerdì 26 settembre 2008
Dossier: L'ottantesimo anniversario dell'Opus Dei "Un messaggio di santità in mezzo al mondo"
Il 2008 è un anno di anniversari per l’Opus Dei. Il 19 marzo scorso sono stati celebrati i 25 anni dell’erezione in Prelatura personale e il 2 ottobre si compirà l’ottantesimo anniversario della fondazione. Questa istituzione della Chiesa Cattolica conta circa 85.000 membri in tutto il mondo e svolge le sue attività in un centinaio di paesi dei cinque continenti.Questo Dossier cercherà di approfondire lo spirito, l’organizzazione e le attività di questa realtà pastorale della Chiesa il cui messaggio fondamentale è che si può essere cristiani ferventi, santi, rimanendo al proprio posto, indaffarati nelle cose di tutti i giorni. L’Opus Dei si rivolge ai fedeli comuni, ai battezzati che possono vivere autenticamente il rapporto con Dio proprio lì dove sono: in una fabbrica, in un ufficio di un grattacielo, piuttosto che svolgendo le faccende domestiche o studiando all’università. È un messaggio di santità in mezzo al mondo, in cui tutto, ogni aspetto della vita, persino le cose più piccole, possono trasformarsi in un’occasione di incontro con Dio.
L’Opera organizza in tutto il mondo attività di formazione spirituale - come ritiri, lezioni dottrinali, incontri di direzione spirituale – specificamente pensate per aiutare ciascuno a costruire un rapporto con Dio in mezzo alle occupazioni ordinarie. L’Opera aiuta cristiani comuni ad avere una solida vita interiore e di preghiera che porta a uno slancio apostolico costante: il loro modo di comportarsi – con laboriosità, disponibilità, spirito di servizio e allegria – fa toccare con mano l’amore di Dio per gli uomini. L’Opera è una grande catechesi: non ha novità da dire o aspetti originali da promuovere, ha il solo scopo di diffondere il messaggio cristiano in tutte le pieghe della società, con le attività di formazione e attraverso l’esempio e l’apostolato personale di ciascuno dei suoi fedeli.
L’Opera ha anche in sé un forte slancio sociale. Spinti dall’anelito cristiano di darsi da fare per rendere la vita gradevole agli altri, i fedeli dell’Opus Dei insieme a tante persone di buona volontà hanno fatto nascere in tutto il mondo – sia in quello sviluppato che nei paesi poveri - iniziative di sviluppo sociale per risolvere problemi concreti e svolgere servizi educativi e assistenziali dove c’è n’è più bisogno. Iniziative civili, gestite e portate avanti da persone comuni che se ne assumono la responsabilità, di cui la Prelatura si occupa dell’orientamento cristiano e della cura pastorale.
Il link per scaricare il Dossier completo
venerdì 5 settembre 2008
Fede e ragione come antidoto alla crisi
(questo mio articolo è stato pubblicato su Formiche di agosto/settembre)
Veramente il ritorno alla religione a cui assistiamo oggi è solo la fuga dell’uomo da un mondo senza speranza? Su La Repubblica del 27 maggio, Remo Bodei, ha aperto la questione della crisi del pensiero moderno. Secondo Bodei quel processo, iniziato tra il ‘500 e il ‘600, che aveva portato l’uomo ad affidarsi non più all’autorità della religione ma al senso critico, all’evidenza cartesiana, è oggi profondamente in crisi. Tanto che la reazione diffusa sembra proprio quella di tornare ad affidarsi alla tutela di una Potenza Superiore. Dice Bodei: “si ritorna ai fondamenti religiosi, all’idea del Disegno Intelligente, a una biopolitica sui generis, in cui su ogni materia è sempre Dio a fissare le regole”.
Ha ragione Bodei quando registra che la nostra epoca è contrassegnata da una profonda crisi. “Dio è morto. Dio resta morto. E noi l'abbiamo ucciso” scriveva Nietzsche alludendo alla fine, in occidente, dell’influenza del soprasensibile nella vita dell’uomo moderno. Oggi di fatto si è andati anche oltre: insieme a Dio è finito nel baratro anche l’uomo stesso e la sua ragione, visto che non sembra più capace di dare un senso alle cose, alla vita e alla storia.
Questa crisi si manifesta in numerosi modi. Da una parte c’è l’atteggiamento scientista che riduce l’uomo e il mondo a mera materia calcolabile, basata sul solo criterio dell’efficacia sperimentale e indipendente da qualsiasi etica.
Dall’altra c’è il fanatismo, sia esso quello religioso o quello ideologico, entrambi caratterizzati dal credere senza il vaglio critico della ragione. E poi c’è anche un certo irrazionalismo che si presenta sotto diverse forme: dagli stili di vita “sballati” di certa popolazione soprattutto giovane, priva di progettualità, che vive alla giornata; fino ad arrivare alle nuove forme di superstizione, esoterismo, magia e quant’altro.
A questo si aggiunge la dilagante sensazione di impotenza dei governi nazionali, che hanno poco margine di intervento e sono costretti ad accettare che i veri motori della politica internazionale sono le multinazionali. Entità che riescono difficilmente ad andare oltre la prospettiva del mero perpetuare se stesse.
In tutti questi atteggiamenti il denominatore comune è sempre lo stesso: la scarsa fiducia nella razionalità umana, l’impossibilità di scorgere il vero, il buono e il giusto, che siano per tutti validi come prospettiva finale dell’agire. In un certo senso è la definitiva fine della grande promessa illuminista di una nuova umanità consapevole, cosciente e padrona del suo futuro.
È invece sulla questione del ritorno alla religiosità che l’analisi di Bodei mostra qualche perplessità. Siamo proprio sicuri che il recente riemergere della dimensione religiosa sia solo una reazione di fronte al vuoto di senso, un rifugio nella Provvidenza e nella vita futura di fronte all’assenza di speranza per questo mondo?
In realtà il cristianesimo, tutt’altro che religione della consolazione rassegnata, è stato il primo vero illuminismo della storia. Nell’epoca pagana religio e realtà erano poste su piani differenti. Il culto era comunemente visto come uno strumento politico e di coesione sociale, mentre i filosofi, coloro che erano alla ricerca della verità, liquidavano l’olimpo come falso, irrazionale, irreale.
I cristiani si inserirono in questa cultura portando sì un messaggio religioso, ma lo fecero sentendosi più vicini ai filosofi che ai sacerdoti: il Dio di cui parlavano era precisamente quella verità cercata dai filosofi con la forza della ragione. La conoscenza era, ed è, per i cristiani il fondamento della fede. Non ci può essere incontro con Dio, se prima non c’è un corretto uso di ragione, un corretto percorso per cercare la verità, visto che essa corrisponde a Dio.
Per la prima volta nella storia, con il cristianesimo, la razionalità e la conoscenza si fecero un tutt’uno con la religione e non più due sfere completamente separate. I cristiani furono i primi a smascherare la falsità e l’irrazionalità delle pratiche superstiziose delle religioni pagane, riportando il discorso sul piano della conoscenza. Non a caso lo sviluppo della teologia cristiana è andato di pari passo con la filosofia generando una tradizione di pensiero che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo.
Il cristiano è tutt’altro che uno che delega alla Provvidenza le sue aspirazioni. Il cristiano crede nell’intervento di Dio nel mondo ma, allo stesso tempo, sente come obbligo grave quello di utilizzare al meglio le capacità che Dio gli ha donato (fra le quali la razionalità) e di metterle a frutto, fiducioso che questa sua ricerca abbia un senso e un fondamento.
E qui emerge un’ulteriore aspetto: nel cristianesimo la via per arrivare alla verità non è solo razionale, essa è inscindibilmente legata con l’impegno ad aderirvi personalmente. In altre parole la verità non solo si conosce intellettualmente ma si deve desiderare esistenzialmente, si deve vivere. Da qui l’unità indissolubile tra fede e carità, tra conoscere e agire, tra vero e bene, tra vita e pensiero.
Il cristiano scorge che il vero e il bene sono la stessa cosa. Questa è la radice di tanto impegno da parte della Chiesa nei confronti dei poveri, degli emarginati, dei bisognosi, a difesa della giustizia e del miglioramento sociale. “Libertè, egalitè, fraternitè” disse Giovanni Paolo II in Francia suscitando la sorpresa di diversi intellettuali e commentatori. Il grande Woityla volle riappropriarsi di quel triplice ideale, riconosciuto da tutti come il simbolo della révolution, per riaffermare che la paternità di quei principi è del cristianesimo. Ogni battezzato dovrebbe sentirsi interpellato in prima persona a trasformare questi ideali in azioni concrete nella sua vita, sentendosi sulle spalle la responsabilità di come sta andando il mondo, oggi e adesso. Convinto che il paradiso non è di questo mondo, ma non per questo meno impegnato a migliorarlo.
L’attuale crisi del pensiero moderno non è altro che il risultato di quel tentativo di scindere la conoscenza dalla trascendenza che a lungo andare ha appiattito le prospettive umane, lasciando la ragione sola e incapace di autolegittimarsi, sfociando infine nel relativismo o nell’irrazionalismo che non soddisfano più l’uomo. Anzi lo gettano nell’inquietudine di un mondo che sembra avanzare privo di senso.
È per questo che oggi si assiste a un ritorno di interesse per la religione. Non per una fuga ma perché in questa nostra epoca i cristiani sono gli ultimi rimasti ad avere fiducia nella capacità razionale dell’uomo, nella possibilità di trovare ancora ragioni valide per tutti che diano senso all’agire personale e collettivo. Il tentativo di separare la ragione dalla fede non ha dato i risultati sperati. Forse è giunta l’ora di riconoscerlo con coraggio e cominciare a ricucire quello strappo.
mercoledì 23 luglio 2008
Eluana incarna le paure dell'uomo
(Questo mio articolo è stato pubblicato oggi su Metro)
Eluana non sarà più nutrita. Eluana morirà e porterà con sé tutto ciò che ci fa più paura. La morte di Eluana non è solo eutanasia, è una vera e propria esecuzione. L’intento non è quello di giustiziare lei: non è altro che una vittima casuale. Ciò che si vuole pubblicamente eliminare è ciò che lei rappresenta. In passato le esecuzioni pubbliche di assassini, presunte streghe, eretici e criminali vari, avevano la doppia funzione di educare il popolo e di mostrare fisicamente alla società che i mali come l’omicidio, la violenza, l’eresia e il sopruso erano stati eliminati, distrutti, sconfitti. Oggi Eluana è il simbolo di ciò che la società contemporanea più teme al mondo: il dolore, la sofferenza, la vita non più sana, la morte. Nel passato quelle esecuzioni erano una reazione di difesa per la paura dell’antisociale, del disordinato, visto che la società nel suo insieme era sentita come l’ambito di realizzazione per ogni esistenza individuale. L’esecuzione di oggi nasce sempre da un sentimento di paura, ma è una paura più profonda che nasce dall’individualismo esasperato.
L’uomo si sente solo con se stesso, in una prospettiva limitata a “quaggiù”. La vita è “vita biologica”, il bene è essere sani e forti, il male è essere biologicamente compromessi. Il dolore è il temuto numero uno, è l’uomo nero. È una paura originaria che da sempre accompagna l’umanità. È la reazione a un paradosso che l’uomo sperimenta da sempre: si sente destinato ad essere eterno e perfetto ma è costretto a vivere in un corpo fragile e deperibile. Sarebbe bello potersi emancipare da questa paura primitiva. Magari iniziando a chiedersi da dove viene quell’ineliminabile desiderio di eternità.
martedì 1 luglio 2008
Se l'aborto è contro la donna
(Questo mio articolo è stato pubblicato oggi su Metro)
La legalizzazione dell’aborto è una delle bandiere di coloro che difendono l’emancipazione femminile. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che la pratica abortiva sta diventando uno dei principali strumenti di discriminazione della donna? È ciò che sta avvenendo in Cina e in India: l’aborto è utilizzato largamente per selezionare il sesso dei nascituri a sfavore dei neonati di sesso femminile. A dirlo su YaleGlobal - la rivista del centro studi sulla globalizzazione di Yale - è stato Joseph Chamie, già direttore della Divisione Popolazione delle Nazioni Unite. In Cina il rapporto tra bambini e bambine, che negli anni ’60 e ’70 era di 106 maschi ogni 100 femmine, è diventato negli anni ‘90 115 ogni 100. Il censimento del 2000 ha evidenziato che ci sono province in cui il rapporto supera il picco di 125.
lunedì 9 giugno 2008
Dalla Chiesa la risposta alla piaga Aids
(Questo mio articolo è uscito oggi su Metro)
Quando si dice AIDS scatta l’associazione di idee con il preservativo. E, subito dopo, l’associazione di idee con il Papa e la Chiesa che, incomprensibilmente, si oppongono al preservativo come soluzione di questa piaga moderna. Ma in questi giorni c’è una novità. Uno studio di Harvard pubblicato su Science riporta dati che sconfessano l’idea che la strategia “solo preservativo” sia efficace per il contenimento del contagio. In questi 25 anni, dice lo studio, la semplice diffusione dei profilattici e la promozione del test sull’Hiv hanno dato scarsissimi risultati rispetto ai miliardi di dollari spesi. Soprattutto in Africa - dove attualmente vivono i due terzi dei malati di Aids - non c’è stata una sensibile riduzione del fenomeno. E cosa propone allora lo studio come via efficace? Precisamente quella indicata dalla Chiesa: la riduzione del numero dei partner sessuali, che ha dato risultati visibili in Paesi come l’Uganda, Kenia, Etiopia, Zimbabwe.
Di fatto la Chiesa ha sempre dato priorità alla lotta all’Aids, non solo nella prevenzione ma anche nell’assistenza ai contagiati. Lo dice una recente ricerca della Georgetown University in collaborazione con l’Unaids, in cui si sottolinea come le istituzioni cattoliche in Africa coprano più del 26% dei servizi sanitari, ricevendo paradossalmente in cambio solo il 5% dei fondi globali destinati all’Aids. Insomma scienziati e pastori, magari spesso in disaccordo su temi evolutivi e bioetici, hanno da poco trovato un accordo sul tema Aids: è necessaria una svolta di mentalità. L’Aids non si sconfiggerà facendo piovere preservativi sul continente nero, ma educando ciascuna donna e ciascun uomo a vivere la sessualità in modo responsabile e, diremmo, ordinato. Il sesso è finalizzato all’amore che rispetta l’altro nella sua dignità, non è solo uno strumento di piacere, secondo il messaggio cristiano. Questa potrebbe rivelarsi l’idea all’avanguardia per debellare la tremenda piaga del secolo XX.
sabato 7 giugno 2008
A proposito del Gay Pride: giovani padri e madri ecco i veri discriminati
(questo mio articolo è stato pubblicato oggi su Il Tempo)
Esiste in Italia una particolare categoria di persone continuamente soggetta a discriminazione. Persone che vorrebbero essere riconosciute per quello che sono e per ciò che fanno. Sono una minoranza, vivono la loro vita controcorrente, secondo uno stile pubblicamente misconosciuto.
Sono motivati, forti delle loro convinzioni e non si danno per vinti anche di fronte a una società che trascura i loro diritti.
No, non sto parlando del popolo del Gay Pride. Mi riferisco a quella nutrita schiera di giovani in Italia che, nonostante tutto, continua a sposarsi, a mettere su famiglia, a fare figli. Sono persone discriminiate praticamente da ogni punto di vista: pagano le tasse come i single, anche se hanno figli a carico. Se non hanno una casa di proprietà si trovano di fronte ad affitti che negli ultimi 5 anni nelle grandi città sono aumentati più del 60%. Se la casa la vogliono comprare, i prezzi sono triplicati rispetto a 20 anni fa, mentre il loro reddito annuo è solo raddoppiato.
Anche il lavoro non li aiuta. Il 21% ha un lavoro precario. Solo il 25% ha la fortuna di vedere il proprio contratto trasformarsi in indeterminato. Due anni fa era il 40%. Per chi lavora e ha figli, mandarli all'asilo comunale costa in media 290 euro al mese, ma un bambino su tre non riesce a trovare posto. Allora si deve rivolgere ai nonni, per chi li ha vicino casa e in salute, oppure alle babysitter o strutture private con un aggravio delle spese.
Sarà anche per questo che negli ultimi 30 anni i matrimoni sono diminuiti del 32,4 per cento, e l'età media del matrimonio, dal 1975, è salita di 7 anni tra gli uomini e di oltre 5 per le donne. I giovani sposati con figli sono il 27,9%, mentre i loro coetanei che rimangono a casa con mamma e papà sono in aumento: 34,9% oggi, mentre dieci anni fa erano il 25,8%.
Eppure queste giovani coppie, che non sono molte, continuano a non darsi per vinte e formano nuove famiglie mettendo al mondo figli. Fanno ciò di cui l'Italia ha veramente bisogno: a causa della bassa natalità oggi ci sono 100 persone "produttive" ogni 70 pensionati, che nel 2020 porterà a un pensionato a carico di ogni individuo che lavora. Ma non contribuiscono solo ad aumentare il numero dei nuovi cittadini, alleggeriscono anche lo Stato dagli oneri assistenziali ed educativi, mantenendo economicamente e garantendo la socializzazione delle generazioni future.
A questa schiera di giovani sposati, che si assumono sulle spalle gravosi doveri, non vengono riconosciuti i corrispondenti diritti (solo lo 0,9% del pil è destinato alle famiglie). Eppure non gridano, non fanno nessun Pride. Probabilmente non ne hanno le energie visto che concentrano tutti i loro sforzi per assicurare il nostro futuro.
lunedì 2 giugno 2008
Il ritorno alla religione con la fiducia nella ragione
(Questo mio articolo è stato pubblicato oggi su Il Tempo)
Veramente il ritorno alla religione a cui assistiamo oggi è solo la fuga dell'uomo da un mondo senza speranza? Su La Repubblica del 27 maggio, Remo Bodei, ha aperto la questione della crisi del pensiero moderno. Secondo Bodei quel processo, iniziato tra il '500 e il '600, che aveva portato l'uomo ad affidarsi non più all'autorità della religione ma al senso critico, all'evidenza cartesiana, è oggi profondamente in crisi. Tanto che la reazione diffusa sembra proprio quella di tornare ad affidarsi alla tutela di una Potenza Superiore. Ha ragione Bodei a registrare la crisi. Rimane invece qualche perplessità quando interpreta il ritorno alla religione come una sorta di regresso. Siamo proprio sicuri che il riemergere della dimensione religiosa, in particolare del cristianesimo, sia solo un rifugio di fronte all'assenza di speranza per questo mondo?
In realtà il cristianesimo è stato il primo vero illuminismo della storia. Nell'epoca pagana si affermò con un'idea prorompente: il Dio di cui parlava era quella verità cercata dai filosofi con la forza della ragione. Il culto pagano all'epoca era semplicemente tradizione e consuetudine, non aveva nulla a che fare con la realtà, tanto che i filosofi liquidavano l'Olimpo come falso, irrazionale, irreale. Per il cristianesimo invece la conoscenza, e di conseguenza la ragione, è il fondamento della fede. Non ci può essere incontro con Dio, se prima non c'è un corretto uso di ragione, perché Dio è la verità stessa che si rende disponibile all'uomo. Non a caso lo sviluppo della teologia cristiana è andato di pari passo con la filosofia generando una tradizione di pensiero che non ha eguali.
Ma c'è anche un altro aspetto: nel cristianesimo la via per arrivare alla verità non è solo razionale, essa è inscindibilmente legata con l'impegno ad aderirvi personalmente. In altre parole la verità non solo si conosce intellettualmente ma si deve desiderare esistenzialmente, si deve vivere. Il cristiano, fiducioso nella razionalità, sa che il vero e il bene sono la stessa cosa, e che conoscerli e adeguarvi il proprio comportamento è alla portata di tutti gli uomini. Questa è la radice di tanto impegno da parte della Chiesa nei confronti dei poveri, degli emarginati, dei bisognosi, a difesa della giustizia e del miglioramento sociale. "Libertè, egalitè, fraternitè" disse Giovanni Paolo II in Francia suscitando la sorpresa di diversi intellettuali e commentatori. Il grande Wojtyla volle riappropriarsi di quel triplice ideale, riconosciuto da tutti come il simbolo della révolution, per riaffermare che la paternità di quei principi è del cristianesimo.
La crisi del pensiero moderno non è altro che il risultato del tentativo di scindere la conoscenza dalla religione. A lungo andare questa scissione ha lasciato la ragione orfana, sfociando nel relativismo e nell'irrazionalismo che non soddisfano più l'uomo. È per questo che oggi si assiste a un ritorno di interesse per la religione. Non per una fuga, ma perché i cristiani sono forse tra i pochi rimasti ad avere fiducia nella ragione, nella capacità di trovare ragioni valide per tutti che diano senso all'agire, personale e collettivo
giovedì 29 maggio 2008
Aiutate le donne!

“Abbiamo finalmente trovato la libertà di pensare, dire, fare ed essere ciò che noi decidiamo”, era uno dei tanti slogan del movimento femminista degli anni ’70. Dopo trent’anni, fa impressione confrontare il tono di quello slogan con la realtà di oggi. Allora si era convinti che l’emancipazione consisteva principalmente nel rifiuto dello stereotipo della donna madre. Oggi le donne sono sotto schiaffo proprio perché non possono fare i figli che vogliono.
Secondo l’Istat, infatti, in Italia la maggior parte delle donne desidera in media avere 2,2 figli ma è costretta a fermarsi al primo a causa delle difficoltà economiche, dell’assenza di servizi adeguati (gli asili coprono meno del 10% del fabbisogno) e della mancanza di formule di lavoro conciliabili. “L’utero è mio e lo gestisco Io” gridavano le donne nei cortei protestando contro la costrizione ad essere madri. Oggi non ne avrebbero il tempo: troppo impegnate a conciliare orari di lavoro anti-materni e far quadrare i conti per pagare la baby sitter – non come in Francia dove le spese per la cura dei piccoli sono sostenute al 50% da aiuti pubblici.
Insomma in Italia i servizi alla famiglia sono sulle spalle delle donne che, o abbandonano il lavoro, o scelgono di avere meno figli. Proprio mentre il nostro Paese invecchia, con gli anziani che sono ormai il 42% in più dei giovani.
Anche il mondo dell’economia se ne rende conto. Emma Marcegaglia, neopresidente di Confindustria, ha riportato in primo piano la settima scorsa il tema fondamentale della scarsa occupazione delle donne che comporta “troppe donne a casa, troppe culle vuote”. E’ come una rivincita tutta femminile: o si fa presto qualcosa per mettere le donne in condizione di poter avere figli e lavorare, oppure ogni altro tentativo per far ripartire la crescita rimarrà isolato e inefficace.
Nel frattempo il Forum delle Famiglie ha raccolto 1 milione e 71mila firme a sostegno della petizione “Per un fisco a misura di famiglia” e il Presidente Napolitano ha invitato il Parlamento ad affrontare i temi delle politiche della famiglia. Possiamo aspettarci che finalmente in Italia - dopo quasi dieci anni spesi a dibattere su leggi ad personam, conflitti di interessi, pacs, dico, cus e inseminazioni varie – la politica inizi veramente ad occuparsi della vera reale e concreta priorità: ridare fiato alla famiglia aiutando le donne nel loro desiderio di essere madri?
venerdì 23 maggio 2008
Aborto, a dirla tutta un traguardo sconfortante
(Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Tempo il 23/5/08)
Ogni volta che si parla di aborto si sente ripetere che la legge è buona perché ha risolto il problema degli interventi clandestini e ha portato a un calo del numero totale di interruzioni di gravidanza. Qualche settimana fa il Ministero della Salute ha stilato un rapporto in cui annunciava che gli aborti nell'ultimo anno in Italia sono calati del 3% (sono passati dai 131.000 del 2006 ai 127.000 del 2007). Sui giornali dichiarazioni di esponenti politici magnificavano la bontà del calo come dimostrazione dell'efficacia della legge.
Diverso è invece quando si guardano questi dati da altra prospettiva. La rete europea dell'Istituto di Politica Familiare il 7 maggio scorso ha diffuso i risultati del rapporto "Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008". Sono dati sconcertanti: nel 2006 in Europa sono avvenuti 1 milione 160mila aborti pari alla somma della popolazione del Lussemburgo e di Malta. Ogni 27 secondi nel vecchio continente un bambino viene soppresso, un totale di 3.200 interruzioni di gravidanza al giorno. Quasi il 18% delle gravidanze finisce in aborto (su 6 milioni e 390mila gravidanze nel 2006, 1 milione e 167mila circa sono state interrotte artificialmente). Significa che nel nostro continente l'aborto è la prima causa di morte.
Ci si può compiacere delle nostre 4.000 interruzioni di gravidanza in
meno ma, se poste in relazione al fenomeno in scala più ampia, è misero risultato. L'Italia è tra i 6 paesi "più abortivi" d'Europa con Francia, Regno Unito, Romania, Spagna e Germania. In questi 6 paesi, dice il rapporto, avvengono il 77% degli aborti europei, circa 900.000 l'anno. In Francia e Gran Bretagna c'è un aborto ogni 2 minuti e mezzo, in Spagna dal '96 al 2006 il numero di aborti è incrementato del 99%. Di fronte a emergenze di minore entità l'Europa ha dimostrato di saper prendere misure precauzionali. Basti pensare che i 120.000 morti all'anno per incidente stradale hanno prodotto efficaci provvedimenti, specie in termini di prevenzione e di educazione delle abitudini alla guida. Ci si domanda allora perché in una comunità di Paesi, che dovrebbe fare dell'incolumità fisica dei propri cittadini una priorità, non ci sia analogo impegno per correggere il milione e 160mila morti per gravidanza interrotta.
Se il dibattito pubblico riuscisse ad andare al di là delle polemiche, se si desse uno sguardo onesto ai dati - considerando la questione non più solo come scontro tra posizioni ideologiche - l'aborto apparirebbe per quello che è: un problema concreto della comunità. Allora sorgerebbe il desiderio di trovare soluzioni pratiche per arginare il fenomeno. In Italia la 194 ha portato in trent'anni al piccolo risultato di stabilizzare il numero di aborti a 130.000 all'anno. Si può fare di meglio.
giovedì 22 maggio 2008
Le badanti servono alle donne
(Questo mio articolo è uscito su Metro il 22/05/2008)
È di questi giorni la notizia che 300.000 famiglie si troveranno in crisi perché le loro badanti potrebbero non avere il permesso di soggiorno. È l’ennesima batosta. Nel nostro Paese le politiche a sostegno della famiglia sono, rispetto agli altri Paesi europei, molto scarse. L’Istat fa sapere che le donne italiane vorrebbero avere più figli – i desiderati in media sono 2,2 a testa – ma poi, di fronte alle difficoltà economiche e organizzative, ci si accontenta della media di 1,3 figli, il che ci pone agli ultimi posti nelle classifiche dell’Unione.
Le motivazioni: difficoltà a conciliare il lavoro e la cura per i piccoli e scarsità degli asili nido – in Italia solo il 10% dei bambini dai 0 ai 2 anni li frequenta. Ora che decine di migliaia di badanti si ritroveranno improvvisamente fuori legge, le famiglie avranno un aiuto in meno. Le donne italiane sono costrette a supplire all’assenza di servizi adeguati, spesso lasciando il lavoro. Da noi l’occupazione femminile è attorno al 49%, uno dei tassi più bassi dei Paesi europei. Mentre in nazioni con un altro tasso di natalità l’occupazione femminile è maggiore – ad esempio in Scandinavia è attorno al 70%.
Mentre sui giornali si spendono parole su quote rosa e ministri donna, il resto del Paese si trova a far fronte a una disparità di fatto: le donne sono impegnate quotidianamente a supplire ai servizi che mancano in famiglia. La vera parità nel nostro Paese si raggiungerà quando l’attenzione alla famiglia, più che basarsi sui sacrifici di tante madri lavoratrici, diventerà una priorità per la politica.
martedì 22 aprile 2008
Genitori alla net-riscossa

Una delle cose che più colpiscono al giorno d'oggi è il gap tecnologico che divide genitori e figli. Mi è capitato spesso di parlare con genitori non più giovanissimi in merito all'uso che i figli fanno di internet. Ho sempre avuto la sensazione che non avessero la più pallida idea di cosa stessero parlando: MSN, Facebook, Skype, Chat ecc... tutti termini per loro complicati quanto misteriosi.
Le sfide educative si evolvono al passo della tecnologia. Se fino a qualche anno fa il problema principale era la televisione, oggi tutto è di nuovo cambiato. Quando mi occupavo di attività educative per ragazzi delle medie e delle elementari, uno degli obiettivi era far capire ai genitori che non potevano disinteressarsi dei contenuti dei serial che i loro figli vedevano: chi fosse Dawson (e la sua cricca) o del perché Brandon di Beverly Hills aveva deciso di lasciare Kelly. Questi temi avrebbero comunque caratterizzato i discorsi dei loro figli in un momento delicato della loro crescita. Insistevo anche sul fatto che il divieto assoluto di televisione non era una soluzione: a scuola, nel tempo libero e a casa degli amici, i discorsi sarebbero sempre ritornati su quei personaggi e su quelle situazioni.
Insomma la ricetta educativa si muoveva in direzione del far diventare i genitori "esperti di tv" cosicché sarebbero potuti intervenire con autorevolezza sui consigli che Brandon, Kelly, Dowson e compagnia con le loro gesta "televisive", elargivano ai loro figli.
Insomma bisogna cogliere la sfida. Lo ha fatto una signora olandese, Carola Eppink, balzata oggi alle cronache perché è in contenzioso con la Microsoft per aver usato la sigla MSN per il suo software di controllo per internet. La Eppnik, che sul suo sito si firma "a concerned mother", ha messo in piedi insieme ad altri genitori la Unicaresoft, una società che sviluppa software per il controllo dell'uso di internet da parte dei figli minori. Il software nella sostanza è molto semplice: permette da una parte di controllare ciò che i figli fanno quando chattano o navigano (con evidenti vantaggi per la sicurezza) e allo stesso tempo permette di fissare dei periodi di tempo prestabiliti per usare chat e affini, per evitare che i minori passino un numero eccessivo di ore su internet in attività diverse dai compiti e lo studio.
Una soluzione interessante. Non certo l'unica possibile. Di fatto, mentre un tempo un ragazzino poteva uscire a giocare a palla solo dopo aver finito i compiti, ed era facile far rispettare questa sana regola educativa, oggi non serve né uscire né spostarsi dalla propria scrivania per "andare a giocare". Così se una mamma non vuole fare la "guardia" dello schermo, può usare un comodo software per aiutare il figlio a gestire responsabilmente il tempo.
Certo si spera che poi il figlio, crescendo, impari a porsi i limiti da solo, anche perché nella vita non sarà certo un software a sostituire il senso di responsabilità.
sabato 19 aprile 2008
Il matrimonio e la pace nel mondo
Il papa, nei suoi discorsi, pone la difesa del matrimonio come strada maestra per realizzare la pace nel mondo. A rilevare questa interessante prospettiva è un un documento dal titolo “Pope Bendict XVI on Marriage: A Compendium” pubblicato dall’Istituto per il Matrimonio e le Politiche Pubbliche, con sede in Virginia, alla vigilia del viaggio del papa negli Stati Uniti.
Il testo raccoglie tutti i discorsi i cui il pontefice ha affrontato il tema del matrimonio e della famiglia - in totale 111 - mostrando come per Benedetto XVI la salvaguardia della famiglia e del suo ruolo è requisito per il raggiungimento della pace nel mondo e per il rispetto della dignità umana.
Porre il focus sul ruolo della famiglia, può suonare come una stranezza o una distrazione da temi più importanti, riconosce lo studio. In realtà Papa Benedetto si rende conto che il futuro del mondo non può essere lasciato solo a un generico quanto impersonale insieme di risoluzioni o politiche internazionali. Quello di cui ha bisogno la società di oggi è ripartire dalle persone e dalla loro educazione che non può avvenire se non nel clima di amore che si vive nella famiglia.
Lo stesso pontefice ha chiarito che questa sua insistenza sul matrimonio “non è involontaria”. Per il papa se viene meno la famiglia, se le nuove generazioni non ricevono un’educazione adeguata, viene minacciato l’intero ordine sociale e la pace. Nel ragionamento del papa l’ideale del bene comune non si può apprendere se non in quel nucleo essenziale della società che è la famiglia, solo da questa può derivare il rispetto del diritto e dell’ordine sociale, quindi l’impegno per coltivare la pace: “La famiglia naturale, quale intima comunione di vita e d'amore, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, costituisce il luogo primario dell'“umanizzazione” della persona e della società, la culla della vita e dell'amore. A ragione, pertanto, la famiglia è qualificata come la prima società naturale, un'istituzione divina che sta a fondamento della vita delle persone, come prototipo di ogni ordinamento sociale” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008).
La famiglia insomma come scuola di pace e convivenza. Ripartire dalla famiglia è ripartire dall’essenziale. Nel mondo non basteranno le risoluzioni internazionali, le leggi, gli organismi e l’attività diplomatica per costruire la pace. Tutti gli interventi “dall’alto” non potranno mai sostituire quel potere che la famiglia basata sull’amore ha di far crescere uomini e donne capaci di fare della difesa dei diritti e della dignità della persona un’ideale di vita.
Il compendio, in lingua inglese, è reperiblie a questo indirizzo. Consiglio vivamente la lettura.
giovedì 17 aprile 2008
La felicità...

Un recente rapporto dell'Ufficio Nazionale di Statistica (ONS) inglese, rileva che nel Regno Unito dal '73 a oggi nonostante i cittadini britannici siano più ricchi, vivano più a lungo e si ammalino di meno, il tasso di soddisfazione personale è rimasto invariato: 86%.
Il vecchio detto della nonna "le cose non fanno la felicità" ha trovato quindi una conferma scientifica. Brutto momento invece per l'arcisentito "quando c'è la salute c'è tutto".
Scherzi a parte non sarà certo una ricerca a farci improvvisamente rendere conto che la società del benessere tanto "bene" non ci fa essere. Il punto è sempre il solito: non sono né i beni, né la teconologia, né le migliori possibilità sanitarie che potranno mai spengere quella sete inappagabile che cartterizza l'essere umano: la ricerca del senso dell'esitenza. A quell'86% manca un 14% fondamentale che non si può di certo acquistare e nemmeno si può ottenere grazie a ordinamenti sociali più o meno ricchi.
Eppure di quel 14% tutti ne sentiamo il peso. Ad esempio quando nel classico discorso da bar la frase "che senso ha la vita" stoppa improvvisamente il discorso e lascia tutti in imbarazzo, rovinando l'atmosfera. Sì perché il problema vero oggi è che tutte le cose che ci portaimo appresso: i beni acquistati e quelli desiderati, le manie sulla salute e sul fitness, le ansie più o meno giustificate per l'aspetto, per i soldi, per la professione, non fanno altro che svolgere la tremenda quanto utile funzione di distrarci dall'unica domanda che veramente conta: "che senso ha la mia vita?". Domanda a cui ciascuno prima o poi dovrà darsi una risposta.
Ecco, anch'io ho rovinato l'atmosfera. Eppure quella risposta è tutto ciò di cui ciascuno di noi ha veramente bisogno se non vuole continuare a vivere una vita distratta, magari economicamente agiata e molto lunga, ma distratta.
giovedì 6 dicembre 2007
Nozze gay: non è un dogma

Prima i Pacs, poi i Dico, ora i Cus. Ma il problema di fondo rimane. Due giorni fa D’Alema all’istituto tecnico “Cristoforo Colombo” a Roma ha detto di essere contrario alle nozze gay. Apriti cielo: sono immediatamente partite le censure da più parti, compresa quella del presidente di Arcigay Mancuso che accusa il ministro degli esteri di connivenze con il Vaticano. Non è mancato anche chi ha letto nell’affermazione di D’Alema una strategia politica per avvicinarsi al centro, vista la sua predilezione del sistema elettorale alla tedesca.
Curioso che nessuno dei commentatori è voluto entrare nel merito delle affermazioni del ministro. Ripetiamole per completezza: “non sono favorevole al matrimonio tra omosessuali perché il matrimonio tra un uomo e una donna è il fondamento della famiglia, per la Costituzione. E, per la maggioranza degli italiani, è pure un sacramento. Il matrimonio tra omosessuali, perciò, offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente. Due persone dello stesso sesso possono vivere uniti senza bisogno di simulare un matrimonio. Lo Stato deve riconoscere loro diritti civili e sociali. Mi accontenterei di fare la legge”.
Si è notata nei commentatori una certa fretta nel liquidare l’accaduto cercando di riportare al più presto la questione nei binari dello scontro ideologico. Nessun intervento invece sul tema in sé e le sue implicazioni. Sì perché tra Pacs e Cus il tema di fondo, sollevato dalle parole di D’Alema, non è diritti o non diritti, ma se è bene o no per il nostro paese prendere la direzione di un equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio.
Siamo alle solite: se certe posizioni vengono assunte inaspettatamente da chi si credeva “allineato”, questo crea uno scompiglio nello schema del dibattito: gli schieramenti precostituiti si frantumano davanti all’eretico e la discussione rischia di spostarsi sul tema stesso invece di fermarsi allo scontro tra posizioni contrarie. Ma tutto è stato riportato negli argini delle opposte fazioni.
Perché c’è tanta resistenza ad affrontare la questione direttamente e senza la copertura di concezioni cristallizzate? Eppure il riconoscimento delle coppie gay non è un dogma e quindi può essere liberamente discusso. C’è chi ha pensato che fosse meglio scaricare l’eretico Dalema e riportare la contesa nelle rassicuranti categorie del “dibattito tra sordi”: Vaticano contro Arcigay, destra contro sinistra, cattolici contro laici ecc. Con noi cittadini italiani, pieni di domande senza risposta, nel mezzo.
domenica 25 novembre 2007
Donne

Ieri il corteo a Roma, 100.000 donne arrabbiate. Hanno persino cacciato alcune esponenti politiche al grido di "vendute". Cosa sta succedendo? I dati dicono che quasi una donna su tre (7 milioni in totale) ha subito almeno una violenza nella vita.
Eppure ci avevano abituato a pensare che la situazione delle donne era terribile solo nel passato, sottomesse da una società a maggioranza maschilista. Ci avevano spiegato che oggi, le conquiste del femminismo, l'emancipazione, l'autonomia, hanno reso la donna finalmente libera e alla pari. Libera? Ne siamo proprio sicuri? I dati sopracitati fanno venire qualche dubbio.
Certo, il femminismo c'è stato, riflessioni sulla condizione delle donne pure, ma mi sembra che entrambi siano stati inglobati dalla cultura liberal-consumista-maschilista, quella veramente pericolosa. Mentre le donne credevano di conquistare terreno (minigonne, disinvoltura, autonomia dall'uomo) quella cultura le plasmava sempre di più a piacimento maschile: sei donna se sei sexy e anche un po' virago, è alla moda vestirsi scollacciate, in televisione la prima domanda che ti faranno è "come seduci un uomo?" e così via.
Pensiamo alle donne che sui media rappresentano la categoria, quali qualità hanno? Quella, sostanzialmente maschio-centrica, di piacere fisicamente. C'è qualche eccezione, ma trscurabile. Anche quando si parla di moda, bellezza, immagine, se ci si riflette si parla sempre di una donna che deve stuzzicare gli appetiti maschili (basta provare a digitare su Google immagini la parola "donne" e si vede cosa viene fuori).
Ma la nuova generazione di bambine è ancora peggio: la Società Italiana di Pediatria ha rivelato l'anno scorso che la maggioranza delle bambine alla domanda "cosa vuoi fare da grande" risponde al primo posto: "il personaggio famoso" e al secondo posto un desolante "non so". Anche il recente libro della Lombardo Pijola «Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano principessa» ha raccontanto una realtà che tutti vogliono ignorare: le adolescenti di famiglie normali che il sabato pomeriggio, fin da tenera età, imparano ad usare il loro corpo per ottenere soldi e popolarità.
Care donne, il problema non siete voi. Il problema è che si è passati da un maschilismo generalizzato di qualche decennio fa a un maschilismo operativo-consumistico che non solo vi sottomette ma ci guadagna pure e sembra che abbia imparato a farlo illudendovi che il controllo lo avete voi. Occhio perché i dati dicono che siete ancora proprietà maschile.
domenica 18 novembre 2007
E se cattolici e ortodissi si riunissero?

Il 15 novembre a Ravenna la Commissione Mista Internazionale per il Dialogo teologico congiunto fra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa ha emesso un documento che dà speranza. Nel testo si riconosce congiuntamente che ci deve essere un protos, un primate tra gli altri, che eserciti l'autorità a livello universale sulle chiese. Così come a livello locale nelle diocesi il protos è il vescovo, e così come nei patriarcati il protos è il patriarca, a livello universale si è convenuto che tale ruolo spetta storicamente al vescovo di Roma.
Il passo avanti nel dialogo è notevole. Certo ora manca definire quali siano le prerogative del protos. Non dimentichiamo che le Chiese Ortodosse si sono staccate dalla Chiesa di Roma da quasi 1000 anni e in questo ultimo millennio la Chiesa cattolica ha sviluppato e approfondito il ruolo e le prerogative del Papa in una direzione molto chiara. Il futuro del dialogo si giocherà tutto su come si intenderà congiuntamente il ruolo del pontefice.
Intanto per il prossimo 23 novembre Papa Ratzinger ha convocato un incontro pre-concistoro proprio per fare il punto sul dialogo ecumenico. Nel futuro il dialogo tra cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti) sarà la vera cartina di tronasole della coerenza della fede di fronte al mondo. Quale Gesù portiamo alla gente? E' questa la domanda che le diverse confessioni si stanno facendo desiderose di far progredire il cammino verso un'intesa.
In un mondo in cui il relativismo ha distorto il concetto di dialogo, facendo crdere che sia possibile al massimo riconoscere le posizioni diverse senza che questo influisca sulla visione di ciascuno, i cristiani stanno mostrando nei fatti che si può dialogare con lo scopo di raggiungere la verità.
Un esempio luminoso per tutti.
sabato 17 novembre 2007
Il papà di Dolly ci ripensa

Ieri il Daily Telegraph ha fatto sapere in un articolo che lo scienziato Ian Wilmut, pioniere della clonazione terapeutica, vuole abbandonare questa linea di ricerca per rivolgersi a tecniche più efficaci ed accettabili dal punto di vista etico.
Interessante notizia: non si è né convertito al movimento pro-life, né ha avuto una intuizione mistica. Semplicemente, come scienziato, ha valutato la situazione in modo razionale. Wilmut ha preso atto della tecnica ideata dal giapponese Yamanaka che ha ottenuto cellule staminali senza utilizzare (e poi distruggere) embrioni umani. E così ha deciso di muoversi nella stessa direzione.
Questa sì che è una vittoria della scienza, della ragione e anche, perché no, del bene comune. Adesso credo che ne vedremo delle belle: come reagiranno coloro che hanno investito milioni e milioni nella ricerca sulla clonazione terapeutica, visto che uno dei guru l'ha liquidata come poco efficace?
venerdì 16 novembre 2007
Come ti elimino il contraccetivo

Ieri sul Corriere un lungo reportage sui giovani riportava che sarebbe aumentato l'uso della pillola del giorno dopo rispetto agli anticoncezionali classici, preservativo in testa. Una preoccupata Camilla Raznovich (la conduttrice di Loveline di Mtv) commentava che i ragazzini sanno tutto di tecnologia ma nessuno gli spiega che ancora si resta in cinta e si prendono le malattie. Infatti il servizio era condito qua e là da testimonianze di giovani, tratte per lo più dai forum on-line, sull'insoffernza verso il preservativo e altri attrezzi anticoncezionali.
Sempre ieri Eurispes insieme a Telfono Azzurro hanno presentato l'8° rapporto sull'infanzia e l'adolescenza in cui, tra i vari dati, si legge che solo il 40% degli adolescenti riferisce di non aver mai avuto un rapporto occasionale senza protezione.
Sono dati molto interessanti. Mostrano una generazione sempre più dedicata la sesso e, allo stesso tempo, sempre più insofferente verso gli strumenti artificiali che permettono di viverlo senza preoccuparsi delle conseguenze.
E' come se da questi dati venisse fuori una generazione che desidera le gioie del sesso malsopportando l'idea che possano esserci delle conseguenze idesiderate (malattie e gravidanze).
Eppure la natura è inflessibile: o sesso libero con "terzo incomodo artificiale" (per non avere soprprese) oppure sesso con conseguenze. Insomma, per quanto ci si possa dare da fare, non si può aggirare completamente l'ostacolo.
Capisco molto bene il desiderio di libertà che i giovani hanno quando si accostano all'amore. E' un ideale bello e alto da raggiungere. Il problema è che, ormai da troppo tempo, le strade che vengono indicate ai giovani per raggiungerlo sono tutte illusorie. Non è vero che l'anticoncezionale libera l'amore. L'anticoncezionale disturba il rapporto intimo tra due persone. Tutti lo possono capire intuitivamente. Il "terzo incomodo" sta lì, presente nella relazione e la disturba: ricorda in continuazione che non si può stare sereni fino in fondo, che quello che si sta facendo necessita comunque di un elemento esterno, di una barriera, di un recupero...
Ma c'è un modo allora di poter vermente fare in modo che il sesso possa essere vissuto con piena libertà, come sincera espressione di amore, senza ansie, costrizioni e fastidi?
Io penso di sì. La soluzione si chiama matrimonio. Il senso del matrimonio è proprio raggiungere la piena comunione, fisica e spirituale. Sposarsi significa scegliere definitivamente l'altro e scegliere definitivamente di vivere la sessualità secondo le sue regole. Questo rende liberi. Si vive il rapporto sessuale per esprimere il proprio amore e lo si fa aperti alla vita. Questo elimina la paura della gravidanza che non si vede più come una "temuta conseguenza", ma la si vive come un potenziale dono. E poi la fiducia nella fedeltà dell'altro leva il problema delle malattie.
Mi rendo conto che tutto questo richiede impegno. Ma tutte le cose veramente belle della vita si ottengono con un certo sforzo. Il sesso vissuto alla leggera non riuscirà mai, nonostante la scienza, a equiparare la bellezza dell'amore espresso tra due persone che si sono fuse per sempre in un unica cosa.
martedì 13 novembre 2007
Anche con lo zucchero la pillola non va giù
La Ru486 è una pillola magica. Almeno questo sembra qualcuno voglia farci credere. Ancora più magica della sua anziana sorella, la pillola anticoncezionale, che richiede l'assunzione prima che il danno sia fatto.
La sorella più giovane è più sveglia: se hai fatto l'errore di non prendere precauzioni, non ti preoccupare basta una pillola e il problema è risolto. Certo, sul New York Times hanno scritto che 15 donne fin'ora sono morte e altrettante hanno avuto seri disturbi nell'usarla. Ma che ci vuoi fare? Siamo in Europa e da noi i giornali non ne hanno parlato. Quindi non c'è da preoccuparsi se anche in Italia stanno cercando di commercializzarla.
La stessa cosa accade per la sorella anziana, la pillola anticoncezionale. Per l'ennesima volta sono stati pubblicati studi (su Nature e Lancet) sulle conseguenze dannose per la salute delle donne che ne fanno uso. Ma anche qui è uscito solo un trafiletto minimo su Repubblica e un articolo sperduto nel web di repubblica.it.
Meno male che i media ne parlano poco, certe cose è meglio non farle sapere. C'è il rischio che qualcuno si domandi chi ci guadagna veramente .
